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Capizzi

Capizzi

  Capizzi

Beni Architettonici

U.O. 3

Palazzo Larcan

Epoca: Prima metà sec. XVII
Comune: Capizzi
Ubicazione: Piazza del Plebiscito
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Comunale
Vincoli: DECL. 2990 DEL 17.05.1982
D.A. N° 3162 del 15/12/1987

Palazzo LarcanIl palazzo Principato, così denominato per via dei primi proprietari, venne edificato tra la fine del XVII secolo e gli inizi del successivo.
La scelta del sito per far sorgere l’edificio non fu casuale poiché sulla piazza dei Plebiscito e sulla vicina via dei Vespri si affacciavano le residenze dei notabili e degli aristocratici di Capizzi.
Nulla si conosce riguardo le vicende storiche che interessarono questo fabbricato o ciò che dovette insistere sull’area prima della sua edificazione; tuttavia pare che sul sito ci fossero delle preesistenze del XVI secolo che saranno inglobate nella nuova costruzione.
Dalle testimonianze di alcuni studiosi locali sembra che il palazzo sia sorto sulle vestigia di una costruzione ben più antica, i cui resti sarebbero ancora visibili nei piani seminterrati, scoperte nel corso dell'ultimo restauro.
Nel sec. XIX l’edificio fu di proprietà di Caterina Principato, personaggio particolarmente amato dalla cittadinanza in quanto si prodigò in aiuti ai ceti meno abbienti nel corso dei disordini scoppiati fra i proprietari terrieri e la popolazione. La nobildonna infine, deceduta senza lasciare eredi diretti, donò le sue rendite, per testamento, all’ospedale dei poveri.
Successivamente il palazzo passò di proprietà alla famiglia Larcan. Questa casata vantava numerosi intellettuali e notabili noti non soltanto nella città di Capizzi ma pure a Messina ed a Catania.
Con atto di compravendita del 05 gennaio 1989, redatto dal Notaio Francesco Paolo Polizzano, gli ultimi eredi della famiglia Larcan vendono il palazzo al Comune. Frattanto l’Amministrazione Comunale, il 28 novembre 1984, con la delibera n. 50 decide di destinare questo edificio a museo, biblioteca, pinacoteca e ad altre attività di carattere culturale.
Il progetto di restauro viene affidato all'Arch. Leonardo Pricipato Trosso ed i lavori verranno ultimati nel 1996.
Il palazzo, in chiaro stile barocco, presenta un’organizzazione planimetrica molto articolata in quanto segue il dislivello del terreno che decliva verso la valle. Il prospetto principale è simmetrico lungo l’asse del portale d’ingresso, sopraelevato rispetto al piano stradale e raggiungibile attraverso una scalinata che gli attribuisce maggiore maestosità. Questa bucatura è ad arco a tutto sesto ed ha la chiave di volta decorata con volute che racchiudono un blasone. La bucatura è incorniciata da paraste adornate con quadri mentre nella parte superiore, proprio sotto il capitello, si vedono i volti di due puttini fra elementi floreali. Al di sopra dei capitelli vi è una mensolina modanata che sorregge un’alto frontale. Superiormente al portale vi è un balcone, più decorato rispetto gli altri, che ha la funzione di evidenziare, con più forza, l’asse di simmetria. Il balcone, costituito da una lastra in pietra, poggia su quattro cagnoli in ferro battuto. La bucatura ha gli stipiti con paraste che sorreggono un’alta architrave sormontata da un frontone costituito da un arco ribassato. Gli altri quattro balconi del primo piano hanno cornici meno decorate ed alte architravi con modanature solo nella parte superiore. Anche il piano terra, sopraelevato rispetto al piano stradale, presenta dei balconcini in corrispondenza di quelli del piano superiore e del tutto simili a questi.
All'interno del palazzo è possibile ammirarne, nel piano nobiliare, decorazioni e affreschi, testimonianza dello sfarzo di un tempo.


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Capizzi - cfr. all'URL

Capizzi (conosciuta dagli antichi col nome di Kapition, Capitium, Urbs o Civitas Capitina) è un comune italiano, di 3.130 abitanti, della città metropolitana di Messina in Sicilia. È un comune del Parco dei Nebrodi. Gli abitanti vengono chiamati Capitini, in dialetto Capizzuoti. Lo stemma rappresenta un guerriero con la corazza e il pìleo, le braccia tronche, pronto a difendere comunque la sua patria: "Tronche le braccia, pugnerem coi petti". Il Gonfalone è un drappo di colore bianco con la blasonatura d'argento e ornato di fregi d'argento.

Geografia fisica

Capizzi sorge nell'interno dell'Isola per un'estensione di 69,90 km², attorno al colle Verna, contrafforte nella parte meridionale dei Nebrodi, e sulle sorgenti del fiume Simeto, a 1139 m sul livello del mare e distante dalla costa poco più di 20 km in linea d'aria.
Per la posizione elevata del luogo in cui sorge Capizzi, le condizioni atmosferiche subiscono repentini cambiamenti. Nel periodo invernale, specialmente nel periodo tra gennaio e marzo, il clima risulta essere molto ostile con temperature decisamente basse, spesso al di sotto dello zero, con neve abbondante e gelate. Nel periodo estivo, invece, il clima è reso gradevole dalla presenza dei boschi e dai venti.

Storia

"L'origine di questa città fu sempre ignota, e va smarrita nella notte dei secoli.", così inizia il Cap. II della Monografia della Città di Capizzi - Antica e moderna in Sicilia del 1847, relativo ai "Cenni sulla fondazione e vicende su Capizzi" di Nicola Russo, insigne letterato capitino.
L'autore, e insieme a lui tanti altri, concorda nel far risalire l'origine della civiltà capitina al tempo dei Siculi o dei Sicani. Altri, infatti, si sono occupati di questa città nel passato: il Fazzello e l'Arezzo che si rifecero a Tolomeo ed a Filippo Cluverio, ma solo il Caruso avanza l'ipotesi che Capizzi, come Modica, a Bidi sarebbe stata costruita dai Siculi che, insediati in una prima fase lungo la costa orientale della Sicilia, si spostarono ad ovest nell'interno per sfuggire alle continue scorribande dei pirati greci.
Studi del Brea, del Cavallaro e del Pace concordano nell'ipotesi che sia il centro che il territorio capitino rientrassero, nella seconda metà del IV secolo a. C., in una serie di insediamenti tra il Simeto ed il Salso. Solamente scavi archeologici potranno confermare tali tesi che ad oggi sono tutte di riscontri oggettivi e prove materiali.
La citazione di Cicerone nelle Verrine, ove attesta che "L'Aurea Urbs Capitina" era tra quelle "vessate dalla sete dei Decumani sotto Verre", ci dà prova inconfutabile che almeno nel periodo romano l'esistenza di un centro abitato è certo.
Con i bizantini e normanni si ha un momento di ripresa con la costruzione e il potenziamento di numerosi edifici ecclesiastici. Tra i primi luoghi di culto la memoria popolare annovera la chiesa di san Giovanni Battista Antico edificata nel luogo denominato l'«aria pirciata», oggi sulla stessa area sorge il campo sportivo comunale. La città ha subito i fasti e le angherie delle varie dominazioni, eventi che hanno apportato cambiamenti, costruzioni ma, anche disagi e sfruttamento facendone un nucleo abitativo prospero, ricco di agricoltura, allevamento e allo stesso tempo sottomesso all'autorità della capitale del regno. I Capitini hanno affrontato guerre, peste, povertà e dure lotte, elementi che hanno temprato e forgiato il carattere della popolazione. La città ricorda il duro atteggiamento dell'imperatore Federico II di Svevia che minacciava di distruggere l'intero quartiere "casalini". Come conseguenza alla ribellione dei capitini, il sovrano attuò la deportazione della maggior parte degli uomini a Palermo creando un nuovo quartiere di sfollati. La comunità partecipò attivamente ai moti dei Vespri siciliani, distinguendosi in numerosi altri eventi riguardanti la Storia della Sicilia.

Seconda guerra mondiale

La cittadina di Capizzi, durante l'invasione della Sicilia da parte degli anglo-americani nell'sbarco in Sicilia, visse la sua battaglia nei giorni che seguirono il 19 luglio del 1943, quando la 15ª divisione Panzergrenadie del generale Rodt dopo aver perso le città di Nicosia, Leonforte e Agira, dal 19 luglio si ritirò sulla cima della montagna di Troina, lungo la linea chiamata «Linea dell'Etna», insieme a reparti della divisione "Aosta" e artiglieria delle divisioni Aosta e "Assietta". Luogo, questo, dove poi si svolse la cruenta battaglia di Troina.
Questa ritirata lasciò la cittadina di Capizzi aperta all'occupazione da parte dei reparti del corpo di spedizione francese in Italia (CEF) al comando del generale francese Alphonse Juin, i soldati africani del CEF erano chiamati goumier ed erano al comando del generale francese Augustin Guillaume. Essi erano particolarmente abili nelle operazioni di montagna; i goumier, durante tutta la campagna d'Italia, si distinsero per ripetuti e continuativi episodi di stupro, violenze gratuite e ruberie nei confronti delle popolazioni via via incontrate, episodi tristemente noti come marocchinate.
In Sicilia a Capizzi, i goumier avrebbero avuto scontri molto accesi con la popolazione per i ripetuti episodi di violenza verso la popolazione femminile e non solo.
Il primo episodio di "marocchinata" si ebbe tra Licata e Gela subito dopo lo sbarco americano, a subirlo una donna sfollata, ciò secondo lo storico Fabrizio Carloni. Successivamente si diressero a Capizzi, dove per la prima volta, e forse l'unica, si trovarono ad affrontare la risposta fiera e violenta dei cittadini del piccolo paese dei Nebrodi.
I goumier del 4° Tabor comandato dal capitano Verlet, rimasero nella cittadina circa una settimana. Essi erano accampati all'ingresso di Capizzi nel Piano della Fiera e a Monte Rosso, dove iniziarono subito ad estorcere beni e cose ai capitini di passaggio. In seguito, per reazione al comportamento dei marocchini, vi furono episodi di intimidazione fatte dai capitini alle forze occupanti (come mostrare la corda), successivamente dopo alcuni episodi di stupro vi furono episodi di reazione violenta della popolazione.
Infatti, diversi marocchini furono trovati impiccati ed alcuni furono trovati morti, anche a distanza di tempo dalla loro partenza da Capizzi, nelle campagne dei dintorni del paese. Si parla, anche, del ritrovamento di alcuni goumier uccisi con i genitali tagliati (secondo alcuni un chiaro segnale intimidatorio agli stupratori). In totale circa una quindicina di marocchini vennero uccisi, con l'acquiescenza delle autorità militari alleate; in altri casi gli autori degli stupri vennero uccisi a roncolate o evirati, sbudellati e dati in pasto ai maiali.


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