SOPRINTENDENZA BCA
DI MESSINA

Territorio provinciale di competenza

Quadro riepilogativo delle attività istituzionali relative al Comune evidenziato sulla mappa

 

 

 

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Capo d'Orlando

Capo d'Orlando

  Capo d'Orlando

Area Archeologica di Capo d'Orlando

Area archeologica di Capo d’Orlando. Complesso Termale in località Bagnoli - Capo d’Orlando (ME)
Tel. 0941/955401 – soprime@regione.sicilia.it
Orari ingresso : Tutti i giorni dalle ore 9.00 a un’ora prima del tramonto
Ingresso gratuito


Beni Architettonici

U.O.3

Torre Trappeto di Malvicino

Epoca: Secolo XIV
Comune: Capo D'Orlando
Ubicazione: Via Piscittina
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Comunale
Vincoli: D.A. 918 DEL 17.04.1986

Torre Trappeto di MalvicinoNon sono noti la data né la data di costruzione né l'autore della “Torre del Trappeto”, ma si presume, verosimilmente, possa datarsi intorno al XIV sec., allorquando si diffuse, in gran parte della Sicilia, la coltivazione della canna da zucchero.
La canna da zucchero era stata introdotta in Sicilia dagli Arabi e, sotto i Normanni, aveva avuto una discreta diffusione; ma la sua coltura aveva subito un forte incremento soprattutto nel XV secolo con Alfonso il Magnanimo tanto che la Sicilia, in quest’epoca, deteneva il monopolio della produzione di canna da zucchero in Europa. Nella fascia costiera attraversata dalla fiumara Zappulla, vi erano due manufatti fortificati a guardia di altrettanti trappetti di “cannamele”: uno in località Pietra di Roma (nell’attuale Comune di Torrenova), e l’altro a Malvicino denominato “Torre del Trappeto”.
Quindi, lo scopo di questa fortezza era principalmente la difesa delle piantagioni dalle incursioni piratesche, molto frequenti sulla costa antistante. Nel 1570 il Trappeto di Malvicino era in piena attività ed aveva dei rapporti economici-commerciali col Banco Gentile di Palermo.
Lungo il corso dei secoli il Castello fu sempre in mano dei Baroni e Conti che dominarono Naso fino al 1788. Per una maggiore protezione, nel caso ce ne fosse stato bisogno, nelle vicinanze Torre Trappeto di Malvicinodel castello sorsero le case di contadini che lavoravano il vasto fondo coltivato.
Nella seconda metà del XVIII secolo la produzione della canna da zucchero in Sicilia subì una profonda crisi e venne abbandonata per cui la fortezza perse d'importanza e le terre intorno vennero destinate ad altro genere di coltivazioni.
Nel primo decennio del secolo XIX la fortezza era di proprietà del Conte D. Bennardo Ioppulo e Fardella sotto la cureria del Cav. Don Domenico Papè Bologna dei Papè di Valdina.
Nel 1815, il castello con tutte le pertinenze, figura invece nelle mani della nobildonna Caterina Branciforti, vedova di Leonforti, Principessa di Butera. Nella seconda metà del XIX secolo il castello venne acquisito da una ricca inglese, Maria Eugenia Johnson, sposa del Cav. Saverio D’Amico, i cui discendenti, nella seconda metà degli anni 80 del XX secolo, venderanno la struttura al comune di Capo d'Orlando.
La struttura fortificata ha una pianta quadrangolare e le mura chiudono, nella parte superiore, con una merlatura. Fino a metà del XIX secolo fra i merli fuoriuscivano le bocche di fuoco dei cannoni. Al centro della possente facciata, prospiciente la via Piscittina, è collocato il portale d'ingresso ad arco, incorniciato da due semplici finestre per lato.

 

Torre Quadaranini

Epoca: Secolo XV-XVI
Comune: Capo D'Orlando
Ubicazione: C.da san Gregorio o Bagnoli
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Privata
Vincoli: D.A. 5058 DEL 22.01. 2002

CappellaL'immobile denominato Torre Quadaranini è ubicato sulla cima di un colleTorre dominante la baia ed il nuovo porticciolo turistico di Capo d'Orlando.
La torre si colloca all'interno di un sistema di fortificazioni di avvistamento costiero costituito da torri a pianta quadrata disposte lungo la costa siciliana. Questo sistema difensivo nasce sul finire del Sec. XV per volere della famiglia Martini ma proseguì fino alla seconda metà del secolo successivo con la riorganizzazione e potenziamento delle difese volute da Carlo V.
Successivi interventi di costruzioni addossati alla torre, databili intorno al sec. XVIII, hanno trasformato la struttura nel complesso edilizio attuale. La struttura diviene un'abitazione rurale con annessi locali adibiti ad attività agricole con un palmento. La proprietà passa inizialmente ai baroni Turrisi, che la mantengono fino al 1922, e poi alla famiglia Damiano, i quali effettuarono lavori di adeguamento intorno al 1930. Cinquanta anni dopo, nel 1980, i proprietari eseguirono ulteriori lavori di ristrutturazione per trasformare il complesso in residenza estiva. Attualmente la struttura è adibita a residence.
La torre a base quadrata di mt. 7 per lato per un'altezza di mt. 11 circa: si divide su 3 livelli. Il secondo livello è raggiungibile tramite una scala esterna e si accede da un portale bugnato in pietra arenaria che 0porta incisa sulla chiave di volta la data 1359. Attigui alla torre vi sono altri locali, risalenti al XVIII secolo ed una cappelletta datata 1726.

 

Villa CangemiVilla Cangemi

Epoca: Prima metà sec. XIX
Comune: Capo D'Orlando
Ubicazione: Via della Fonte
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Privata
Vincolo: D.A. 6642 DEL 21.08.1993

La villa è ubicata nel centro storico di Capo d'Orlando, lungo la via Fonte, e risale agli inizi del XIX secolo anche se non è nota la data esatta della realizzazione e non si conosce neppure il nome dell'autore.
L'edificio ha una pianta ad L e si sviluppa su due livelli f.t. Ed è circondata da un piccolo giardino, ultima testimonianza di una vasta tenuta del quale la villa fungeva da centro di controllo e amministrativo.

 

Villa Piccolo

Epoca: Seconda metà del secolo XIX
Comune: Capo D'Orlando
Ubicazione: Località Piano Porti
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Fondazione “Famiglia Piccolo di Calanovella”
Vincoli: D.A. 5815 DEL 20.05.1998 (ARTT. 1,2,4)
D.A. 5816 DEL 20.05.1998 (ART. 21)

Villa PiccoloVilla Piccolo sorge a pochi chilometri da Capo D'Orlando e prende il nome dai proprietari che l'hanno costruita. Costruita alla fine del XIX secolo, fu dimora dei Piccolo, i fratelli Casimiro (Barone di Calanovella), Lucio e Agata Giovanna, che vi dimorarono fino alla morte. Il primo si dedicò alla Fotografia, all'occultismo ed agli acquerelli, il secondo è noto per le sue liriche, la sorella Agata Giovanna fu invece appassionata di botanica. Insieme a loro visse a Villa Piccolo (un tempo chiamata Villa Vina) anche la madre, la baronessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, fino all'anno della sua morte avvenuta nel 1954.
Le stanze che compongono il museo di Villa Piccolo vedono concentrare in ciascun ambiente gli oggetti della nobile famiglia.
Di particolare interesse, anche la sala da pranzo, con il tavolo e il posto perennemente apparecchiato per la madre dei Piccolo, Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò. Oggi come al tempo in cui i tre fratelli vissero nella dimora orlandina.
Una stanza molto visitata è quella degli ospiti, che ebbe quale ospite fisso nei periodi estivi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, cugino in primo grado dei Piccolo. Sua madre Beatrice, infatti, era sorella di Teresa Mastrogiovanni.
Nel parco, merita una menzione il "cimitero dei cani", nel quale sono seppelliti i cani e gatti di famiglia. In tutto sono presenti 35 piccole tombe, che i Piccolo vollero riservare ai loro animali domestici.
Ulteriore menzione merita l'esedra su cui è posto un grande sedile in pietra, ove avevano l'abitudine di riposare Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Lucio Piccolo, all'ombra di un grande pino marittimo, ribattezzato il "pino di Lampedusa".
La Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella è un ente morale che gestisce la casa-museo e il parco di Villa Piccolo e fu fondata 28 marzo 1970 col volere testamentario del barone Casimiro Piccolo, per evitare che il patrimonio culturale, librario, naturalistico e artistico del parco di villa Piccolo andasse disperso.
La fondazione promuove ogni anno un programma di iniziative culturali, tese a valorizzare la cultura siciliana, la conservazione della memoria storica della famiglia Piccolo di Calanovella, la gestione del museo e del parco di villa Piccolo.


Beni Demoetnoantropologici

U.O.4


Masseria Suttana in località MalvicinoNel territorio di Capo D’Orlando sono presenti due strutture di interesse etnoantropologico: un pozzo con torre di sollevamento e una masseria.
Il pozzo, che si trova in località Muscale,  risale al 1860 cioè probabilmente, all’epoca nella quale fu introdotta la coltivazione ad agrumeto nella zona di Capo D’Orlando. L’impianto è costituito da un pozzo, profondo 11 metri, scavato nel terreno e da una torre di sollevamento in blocchi di arenaria alta 5 metri; il meccanismo di sollevamento delle acque, azionato in origine mediante trazione animale, convogliava l’acqua alla sommità della torre dalla quale tramite canali in terracotta, l’acqua veniva trasportata fino ad una vasca di raccolta e successivamente utilizzata per l’irrigazione.
La masseria -situata in località “Malvicino” –detta “Masseria Suttana”  risale al XVII secolo e per le sue caratteristiche e peculiarità, testimonianza delle attività contadine ancora presenti in Sicilia fino alla metà del XX secolo, è stata sottoposta a vincolo da questa Soprintendenza con D.A. 2208/88.
In Sicilia, in epoca pre-industriale la coltivazione dei cereali e delle leguminacee (grano, fave, lenticchie, ecc.) avveniva in zone costiere e collinari su grandi estensioni di terreni -detti latifondi- ed era caratterizzato dallo sfruttamento -fino ad esaurimento- del terreno. La coltivazione esclusiva a granicoltura infatti, impoveriva enormemente il terreno su cui veniva condotta e questo rendeva necessaria una “rotazione” delle colture affiancandovi la coltura di leguminacee (fave, lenticchie, piselli, ecc.). Tale rotazione colturale avveniva su base triennale: i terreni del latifondo, venivano suddivisi in tre aree diversamente coltivate ogni anno. Si aveva dunque una parte a grano, la seconda area a leguminacee e la terza lasciata a maggese. Tale pratica -eseguita nel mese di maggio, da cui prende il nome- consisteva nel lasciare il terreno libero da colture perché potesse rigenerarsi e riequilibrare tutti i minerali, presenti nel terreno, che la monocoltura intensiva e protratta negli anni  intaccava pesantemente rendendo (nel lungo termine) il suolo sempre più sterile ed improduttivo. L’area lasciata a maggese però, era solitamente data ai pastori perché vi lasciassero pascolare il bestiame; tale pratica svolgeva un duplice ruolo: da un lato rendeva possibile un guadagno per il proprietario, dall’altro forniva concime organico (il letame) che fertilizzava il terreno.
A presidio dei latifondi solitamente sorgevano le “masserie” che avevano una struttura ricorrente in tutta l’Isola. Intorno ad uno spazio quadrangolare “u bagghiu” daltermine arabo “bahah” cioè cortile, sorgevano vari edifici destinati ad essere di supporto per le attività produttive della proprietà: magazzini per il raccolto, locali destinati alla lavorazione dei prodotti (quali frantoi, palmenti e cantine), lo stenditoio per le mandorle, depositi per gli attrezzi da lavoro, stalle per gli animali da soma, e alloggi per i braccianti. Tali strutture circondavano completamente l’area  permettendo l’ingresso mediante un arco carrabile che si apriva su uno dei lati e dava accesso al sottoportico nel quale gli estranei alla struttura dovevano depositare eventuali armi che avevano indosso. L’ingresso alla masseria era spesso caratterizzato dalla presenza su un fianco di una torretta di guardia che svolgeva compito di difesa del punto più vulnerabile dell’intero complesso: le masserie si presentavano, insomma, come luoghi fortificati con aperture ridotte al minimo indispensabile verso l’esterno e mura alte.  Gli edifici che componevano il complesso erano disposti secondo una planimetria piana e regolare e -come già detto- erano eterogenei: sul lato opposto all’ingresso (ma sovente anche a fianco del portone d’ingresso) era situata l’abitazione padronale che svettava sulle altre poiché a due piani. Al piano terra erano situati i magazzini per il raccolto mentre al piano superiore -dotato di servizi igienici, balconi e terrazze- si trovavano gli alloggi del proprietario. I locali di supporto all’attività produttiva che circondavano il cortile erano spesso privi di finestre esterne che, se presenti, erano ben attrezzate con robuste inferriate; la copertura a falda unica aveva lo spiovente verso l’interno e un sistema di grondaie e pluviali convogliava la preziosa acqua piovana nella cisterna, presente ed indispensabile in ogni masseria. In alcune di esse era presente anche una piccola cappella destinata alla messa domenicale.
Intorno all’insediamento principale si trovavano sparse sul latifondo altre piccole costruzioni, spesso dotate di pollaio, che servivano da alloggio per braccianti, fittavoli o lavoratori temporanei.


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Capo d'Orlando - cfr. all'URL

Trae origine da un’antica città sicula denominata "Agatirno" dal nome del suo fondatore figlio di Eolo, fondata ai tempi della guerra di Troia (1218 a.C.). La sua esistenza è attestata sia da storici e geografi antichi (Diodoro, Plinio, Tolomeo......) sia da studiosi moderni fra cui il Meli e il Fazello.
L’antica città doveva comprendere, oltre alla zona del promontorio e di una parte dell’odierno centro cittadino, le contrade di S. Martino, Certari, Catutè, S. Gregorio e Scafa. E’ presumibile che l’estensione della città e lo sviluppo della sua civiltà dalle immediate colline in epoca arcaica, si siano estese alla costa e al promontorio con l’arrivo dei Fenici, dei Greci e dei Romani.
Al Console Levino nel 209 a.C. è legato un episodio oscuro e drammatico della sua storia: la deportazione in Calabria di circa 4.000 uomini, "società composta di ladri, esuli e malfattori", dice Tito Livio.
Il Damiano, nel suo saggio "Nebrodi, Val Demone, Agatirno, misteri della storia antica" ha dato di recente una interpretazione stravolgente dell’episodio. E’ possibile che Agatirno fosse il centro, nei Nebrodi, del culto dionisiaco e che tali riti fossero mal sopportati dagli stessi Romani che trovarono un pretesto per deportare gli antichi Orlandini.
Intanto testimonianze di Agatirno sono venute alla luce in epoche diverse: nel secolo scorso si ritrovò una lapide marmorea di fattura romana nell’attuale centro urbano (Villa Cangemi) insieme a corredi tombali attestanti l’esistenza di una necropoli; altri corredi tombali, scheletri e phitos sono venuti alla luce nel 1980 e nel 1989 durante dei lavori di scavo in via Letizia.
Il ritrovamento più significativo è venuto alla luce nel febbraio 1986 in località Bagnoli, nelle adiacenze del costruendo porto, sono emersi resti di una zona termale facente parte di un’antica Villa Romana.
Come da Agatirno si sia, al tempo della venuta dei Normanni, passati alla denominazione di Capo d’Orlando è ancora un problema avvolto nel mistero e nella leggenda.
Goffredo da Viterbo,cappellano di Carlo Magno, attesta che fu proprio l’imperatore francese a denominare il Capo in onore del suo celebre paladino.
Non si esclude che"Agatirno", considerato toponimo paganeggiante fu cancellato dai Normanni troppo legati alla Chiesa di Roma.
Il 4 giugno del 1299 il mare di Capo d’Orlando fu teatro di una tremenda battaglia navale fra due fratelli aragonesi contendenti il trono di Sicilia : Giacomo e Federico.
Alla distruzione del castello in cima al promontorio è legato, un secolo dopo, l’episodio dell’assedio patito dal barone Bartolomeo Aragona da parte di Bernardo Cabrera conte di Modica, speditovi dal Re Martino.
Si ha notizia di incursioni piratesche sui lidi orlandini nel 1589 e nel settembre 1594, e la torre del capo, continuò ad ospitare guardiani in armi che provvedevano all’avvistamento dei pirati algerini.
All’erezione del Santuario (1600) sorto sulle rovine del castello, invece, è legato il rinvenimento di una minuscola statuetta della Madonna, che è divenuta la patrona di Capo d’Orlando.
Intanto nelle terre di Malvicino, dal XV secolo, si era affermata la coltura delle "cannamele". A difesa delle coltivazioni e del relativo commercio dai Baroni di Naso fu eretta una torre con annesse opere fortilizie ed un trappeto per la lavorazione dello zucchero.
Nella zona di S.Gregorio, invece, fu impiantata una tonnara, che interessava il tratto di mare tra Capo d’Orlando e Capo Calavà.
Nella metà del 1800, alle pendici nord-ovest del promontorio, si costituì il primo nucleo del nuovo centro urbano essenzialmente abitato da famiglie di pescatori, mentre nella Piana alla coltura del gelso e dei vigneti cominciò ad innestarsi quella degli agrumi, in particolare quella dei limoni,che fino ad oggi ha rappresentato uno degli assi portanti dell’intera economia orlandina.
La costruzione della S.S.113 Messina-Palermo, nonché della S.S. 116 Capo d’Orlando - Randazzo e l’ultimazione del tratto ferroviario nel territorio orlandino nel 1895, permisero un notevole sviluppo del commercio agrumario, nonché l’inizio di un crescente sviluppo economico e urbanistico.
All’inizio di questo secolo nacquero i primi sentimenti di autonomia dal Comune di Naso, che venne concessa, dopo una lunga serie di manifestazioni popolari, con L. 25 giugno 1925 n. 1170.
Il 27 settembre 1925 fu inaugurato il nuovo Comune di Capo d’Orlando.
Geograficamente Capo d’Orlando si colloca sulla costa settentrionale sicula, con la visuale delle Eolie, fra Capo Calavà e Cefalù. Il territorio comunale ha una superficie valutata in 1.456 ettari ed è costituito da una fascia litoranea subcollinare che si allunga sul Mar Tirreno fra la foce del torrente di Santa Carrà a levante e quella della fiumara di Zappulla a ponente, e misura oltre 10 Km di cimosa costiera.
Morfologicamente il territorio può dividersi in due parti nettamente distinte: la Piana a forma di triangolo molto allungato, compresa fra l’attuale centro abitato del capoluogo e il corso terminale della fiumara di Zappulla; e il territorio subcollinare accidentato, con pendenze talora notevoli e caratterizzato da ammassi rocciosi singolari come quelli del Capo che ha dato il nome alla cittadina.
La Piana, alluvionale e ricca di acque, si presenta ancora come un grande tappeto sempreverde formato dal fittissimo agrumeto che la ricopre.
Capo d'Orlando conta circa 13.000 abitanti, che si triplicano durante il periodo estivo, in virtù delle presenze in residence, appartamenti e hotel, di migliaia di turisti che vi soggiornano.
Tuttavia durante tutto l'anno la città rappresenta un punto di riferimento per tutto l'hinterland per la vivacità, molteplicità ed eleganza degli esercizi commerciali, per i tanti studenti che frequentano le varie Scuole secondarie, per i punti d'incontro, svago e divertimento che offrono i tanti esercizi pubblici.
La coltivazione e la commercializzazione degli agrumi (limoni), insieme alle attività legate alla pesca, hanno rappresentato fino agli anni '60 gli assi portanti dell'economia cittadina; ma prima l'emigrazione in Australia (Fremantle) di intere famiglie di pescatori, per i quali la pesca in loco non rappresentava più un'attività remunerativa, poi la scarsa competitività sui mercati nazionali internazionali dei prodotti agrumicoli siciliani, hanno indirizzato le attività verso il commercio e i servizi legati a soddisfare le richieste del mercato comprensoriale e di quello turistico.


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