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Casalvecchio Siculo

Casalvecchio Siculo

  Casalvecchio Siculo

Beni Architettonici

U.O. 3

Chiesa e Monastero di San Pietro e Paolo d'Agrò

Epoca: 1117
Comune: Casalvecchio Siculo
Ubicazione: Contrada Badia
Autore: Ignoto
Proprietà: Comunale
Vincolo : D.A. N° 5046 del 18.10.1991 (art. 21)

Il monastero dei SS. Pietro e Paolo presso Casalvecchio Siculo è uno fra i più interessanti monasteri basiliani fondati in epoca normanna nella Sicilia Orientale.
La chiesa originaria risale presumibilmente all'incirca al 560. Fu in seguito completamente distrutta dagli arabi e quindi ricostruita nel 1117. Infatti il Conte Ruggero, in viaggio da Messina a Palermo, fa una sosta al castello di Sant'Alessio Siculo ed, in tale circostanza, viene avvicinato dal monaco basiliano Gerasimo, il quale chiede al sovrano la facoltà e le risorse per riedificare (erigendi et readificandi) il monastero sito in fluvio Agrilea. La richiesta viene accolta e il monaco Gerasimo di San Pietro e Paolo si adopera a far erigere il tempio. Il sovrano elargisce i fondi necessari per la costruzione del tempio e dota il monastero di alcune rendite fisse: estesi campi di querce, di pascoli, alberi da frutto. Addirittura viene concessa la completa proprietà di un intero villaggio, l'attuale Forza d'Agrò, con assoluto potere da parte dei monaci su ogni oggetto o abitante di tale villaggio e che ogni merce diretta al monastero fosse libera da ogni gravame fiscale.
La chiesa molto probabilmente subisce dei gravi danni nel 1169 a causa del fortissimo terremoto che quell'anno squassò tutta la Sicilia orientale. Fu quindi ristrutturata e rinnovata nel 1172 dall'architetto (capomastro) Gherardo il Franco come si può dedurre dall'iscrizione in greco antico posta sull'architrave della porta d'ingresso.
Da quel restauro in poi la chiesa non sono documentate altre modifiche giungendo a noi praticamente intatta, al contrario del circostante Monastero di cui rimangono solo pochi resti.
Il Monastero della vallata di Agrò diviene un importante centro di vita spirituale, sociale ed economica per i secoli a seguire.
Dopo secoli di permanenza nel monastero, nel XVIII secolo i frati sono costretti a richiedere il trasferimento ad altra sede a causa delle coltivazioni intensive del lino che ha reso l'aria irrespirabile e inquinato i corsi d'acqua.
La richiesta di trasferimento viene accolta dall'Archimandrita di Messina e dal re Ferdinando IV e la sede Abbaziale del Monastero dei SS. Pietro e Paolo viene trasferita a Messina nel 1794. La chiesa venne praticamente sconsacreta e abbandonata e viene usata come deposito per attrezzature contadine. Tale stato di totale abbandono ed incuria dura fino agli anni ‘60 del secolo XX.
Edificato su di un piccolo promontorio che si affaccia sulla fiumara di Agrò, il monastero appare ai giorni nostri disabitato. Del complesso, certamente l’edificio più antico è rappresentato dalla chiesa. Lo stile architettonico può certamente definirsi l'unione e la sintesi dell'architettura bizantina, araba e normanna.
La chiesa si caratterizza per un impianto basilicale, composto essenzialmente da due parti: ad ovest l’aula, ad est un santuario triabsidato, introdotto da due pilastri.
Ha l'aspetto di una chiesa fortificata con il classico orientamento della parte absidale ad est. Il suo aspetto ed il coronamento di merli indicano senza dubbio la funzione di fortezza che ha dovuto sostenere nei vari secoli.
La chiesa si caratterizza per la presenza di due cupole, un tempo presumibilmente quattro. Le uniche superstiti sono quelle allineate lungo l’aula. La prima copre la parte centrale della navata, è caratterizzata da otto spicchi visibili oltre che all’esterno, anche all’interno, ed è sopraelevata su di un alto tamburo. La seconda cupola copre la parte centrale del transetto.
Il prospetto principale è molto articolato. Esso è preceduto da un esonartece impreziosito da un arco a sesto acuto e incorniciato, ai fianchi, dai muri delle torrette, un tempo sormontate, presumibilmente, da cupole, oggi del tutto scomparse.
I muri sono costituiti da filari di mattoni di diverse tonalità e disposti sia orizzontalmente, sia a coltello, a faccia, a spina di pesce o a denti di sega. Ai mattoni si alternano anche fasce costituite da conci di pietra bianca, rosso bruna o marmo rossastro di Taormina. Anche la malta sembra giocare un ruolo fondamentale, possedendo cromatismi che procedono dal bianco al bianco-rosa. Altro elemento decorativo è il motivo delle arcate intrecciate, che si susseguono su due ordini lungo l’intera superficie esterna dell’edificio.
L’interno della struttura appare spoglio. E’ probabile che un tempo le pareti fossero arricchite da decorazioni ad affresco. L’aula è divisa in tre navate da un insieme di quattro colonne e due pilastri, che introducono l’area del presbiterio e delle absidi.


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Casalvecchio Siculo - cfr. all'URL

Il paese, definito "un piccolo centro della civiltà passata", è di origine molto antica. Ma, antico Casalvecchio doveva già esserlo in epoca Bizantina essendo citato in una scrittura aragonese del 1351, nella sua denominazione greca Palachorìon, cioè antico casale. Denominazione che, mantenendo nel tempo inalterato il significato, fu traslata in Catabiet, a testimonianza dell'influenza islamica di un insediamento arabo nel paese, per poi trasformarsi in "Rus Vetus", fino a "Casale Vetus" e, quindi, "Casalvecchio". Nel 1862, dopo l'unificazione d'Italia, al nome di Casalvecchio venne aggiunto "Siculo" per distinguerlo dall'omonimo Casalvecchio di Puglia.
In epoca saracena, Casalvecchio godeva di una propria autonomia che perse nel 1060 con la fondazione, in epoca normanna, di Savoca.
Vari furono i tentativi compiuti dal Vecchio Casale per riacquistare la perduta autonomia e celebre restò quello del 1603 in cui riuscì ad ottenere dal Vice Re l’indipendenza dalla giurisdizione di Savoca.
Ma il periodo di autonomia ebbe breve durata, a causa dell'autorità Messinese, del cui distretto faceva parte Savoca: infatti nel 1608 la Curia Straticoziale di Messina, per non perdere di prestigio, decretò il ritorno di Casalvecchio nel precedente stato di dipendenza da Savoca.
Fu il 1793 l'anno in cui Casalvecchio riacquistò definitivamente l'autonomia civile alla quale seguì, nel 1795, quella ecclesiastica.


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