SOPRINTENDENZA BCA
DI MESSINA

Territorio provinciale di competenza

Quadro riepilogativo delle attività istituzionali relative al Comune evidenziato sulla mappa

 

 

 

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Gioiosa Marea

Gioiosa Marea

  Gioiosa Marea

Area archeologica di Gioiosa Guardia

L’area archeologica è visitabile su richiesta


Beni Demoetnoantropologici

U.O.4

I beni di pertinenza etnoantropologica situati nel comune di Gioiosa Marea sono riconducibili sia all’attività agricola praticata nell’area sia alla fiorente attività di pesca dei tonni che si è protratta fino al 1963. Nel territorio, oltre ad una antica vasca -sita in contrada S. Nicolò- si trovano anche alcuni edifici, vincolati per la loro valenza testimoniale: un mulino, sito in contrada “Curreri” detto “u Feu” vincolato con D. A. 336/1988, parte dei fabbricati e del patrimonio oggettuale della tonnara denominata “S. Giorgio” vincolati con D. A. 5229/199,  nonché l’edificio padronale della tonnara vincolato con D. A. 2652/1990.

Il mulino
Una delle attività più diffuse, correlata alla coltura cerealicola, era quella della molitura. Oltre a piccole macine manuali  detti “ cintimuli”, presenti praticamente in ogni abitazione contadina, erano assai diffusi i mulini; i più antichi erano azionati sfruttando la forza animale mentre, successivamente, vennero azionati a propulsione idraulica.
L’affermarsi di tale tecnologica in Sicilia favorì, nelle vallate lungo i corsi d’acqua, l’impianto di mulini che, al pari di altri segni di antropizzazione di cui ancora oggi notiamo la persistenza, ovvero il sistema viario delle “trazzere”  (che metteva in comunicazione gli insediamenti sparsi nel territorio); i muretti a secco (costruiti per il ricavare i terrazzamenti destinati alle colture); gli opifici nei quali le attività produttive venivano espletate (mulini, fornaci per laterizi, palmenti e frantoi) costituiscono le tracce visibili di modellazione del territorio.
La coltivazione del “grano duro”, prodotto in Sicilia sin da epoche remote, è stato fonte di prosperità e, attorno a tale coltura, si è sviluppata un’intera economia rurale della quale si sono  tramandati saperi e tradizioni. La coltivazione del grano e l’avvicendarsi delle varie fasi necessarie per giungere al raccolto, cadenzavano l’anno del contadino che subordinava le altre attività agricole ad essa. Dopo le operazioni di preparazione del terreno, -aratura, semina, mietitura e trebbiatura- il grano prodotto veniva portato alla molitura.  La struttura fondamentale di ogni mulino era costituita da un’asse verticale e due grandi pietre circolari sovrapposte provviste centralmente di un foro di alloggio dell’asse: la pietra inferiore “suttana” era fissa, mentre quella superiore “suprana” era mobile e si muoveva solidalmente all’asse verticale; le due macine, che nelle superfici di contatto presentavano una certa scabrosità, utile ad ottenere la polverizzazione dei chicchi, erano coperte con una struttura cilindrica di legno sopra la quale era posta la tramoggia, in cui si versava il grano ed era possibile avvicinarle o distanziarle a seconda del tipo di farina che si voleva ottenere. La forza motrice necessaria per l’azionamento delle macine era fornita dalla spinta idraulica dei torrenti lungo il cui corso, infatti, il veniva costruito. Il mulino poteva essere di due tipi: a ruota orizzontale o verticale. Nella prima tipologia la ruota orizzontale, immersa nell’acqua, era posizionata in un idoneo ambiente posto al di sotto del locale nel quale erano alloggiate le due macine. Le pale inclinate sfruttavano al meglio la pressione dell’acqua, e la ruota girava solidalmente alla macina mobile permettendo la molitura del grano. La  seconda tipologia prevedeva che la ruota – che  si presentava con caratteristiche morfologiche del tutto comparabili alla ruota orizzontale-  fosse posizionata lateralmente all’edificio e il collegamento all’asse verticale della macina “mola” avveniva mediante ingranaggi lignei che trasferivano il movimento verticale ad un piano orizzontale. Sembra che questo tipo di mulino, che rende più efficiente l’attività di molitura, fosse presente già in epoca romana, (ideato probabilmente da Vitruvio) e sappiamo con certezza che era diffuso nell’Isola durante la dominazione araba.
Gli arabi, inoltre, introdussero una efficiente tecnologia di intercettazione e sollevamento delle acque che ne rendeva possibile la raccolta dentro grandi serbatoi: ciò permise il sorgere dei mulini anche in posizione meno ravvicinata ai torrenti che, per il loro carattere stagionale, strettamente legato alle precipitazioni potevano condizionare le attività di molitura. Nella tipologia a ruota verticale  il dispositivo di molitura veniva azionato dalla caduta dell’acqua che, dalla vasca di raccolta sovrastante l’impianto, attraverso un condotto “saitta” cadeva sulle pale inclinate della ruota e determinava la rotazione di una grande ruota dentata innestata sull’asse verticale. Questo movimento azionava la mola suprana, che ruotando polverizzava i chicchi di grano; la mola suprana azionava anche una tavoletta che vibrando garantiva la caduta di quantità regolari e costanti di grano dalla tramoggia alle due macine.  Inferiormente, accanto alla macina fissa, era presente un canale dal quale la farina confluiva all’interno dei sacchi di tela.

La tonnara
Testimonianze storiche riferiscono dell’esistenza di impianti di pesca, simili alle tonnare, risalenti all’epoca dei Fenici. Più tardi autori  quali Omero, Erodoto, Plinio o Plutarco -solo per citarne alcuni- descrivono la pesca del tonno nell’area dello Stretto e lungo il litorale tirrenico della provincia di Messina menzionando proprio la bontà di quelli catturati sulla spiaggia di Tindari. Non sappiamo con certezza dell’esistenza di tonnare fisse in epoca romana, anche se è possibile presumerla, ma sappiamo della realizzazione di impianti fissi dedicati alla pesca del tonno che si ebbe durante la dominazione araba la cui “impronta” è perdurata sia nell’organizzazione della manodopera del variegato mondo che gravitava attorno a tale fiorente attività, sia nella terminologia che persiste ancora oggi:  si pensi, ad esempio ai termini “rais” (ovvero capo della ciurma di pescatori) e “muciara” (cioè l’imbarcazione da tonnara) che sono ancor oggi usati.
I conquistatori normanni, che scacciarono gli arabi, si resero subito conto dell’importanza economica di questo tipo di attività e sottomisero a concessione sia la possibilità di “calare le reti in acqua” sia la costruzione a riva di impianti a supporto della pesca.  Decretarono dunque un sistema di nuove regole abolendo  il “libero diritto di pesca sul mare” e ne assunsero il controllo mediante un sistema di “concessioni” elargite esclusivamente ad aristocratici e ordini monastici.
La rilevanza sociale delle tonnare è evidente se si pensa  all’indotto che intorno ad essa si generava: mastri d’ascia, bottai, cordai, nonché i lavoratori stagionali che venivano assunti per la lavorazione e la conservazione del tonno. Dall’esercizio di tale controllo  sulla pesca scaturì il  proliferare delle tonnare in tutta l’Isola, segno tangibile di un’ottima gestione d’impresa  che sostenne l’insediamento di prospere comunità.  Sparse lungo i circa duecento chilometri di fascia costiera messinese sono esistite a partire dal XII secolo in poi, una ventina di tonnare la cui fiorente attività andrà man mano scemando nel corso dei secoli. Le strutture superstiti chiuderanno per sempre nel XX secolo: la tonnara “S. Giorgio” a Gioiosa Marea chiuderà definitivamente nel 1963, la tonnara del Tono a Milazzo invece, nel 1966 quando calerà le reti per un’ultima volta.
La tonnara di Gioiosa Marea è tra le più antiche e produttive tonnare  di Sicilia che già  nel 1100, risultava tra le dotazioni che Ruggero D’Altavilla aveva fatto al monastero dei Benedettini di Patti.
L’area d’influenza prevista dall’atto di donazione, fu ampliata nei secoli successivi grazie ad ulteriori concessioni reali e divenne appannaggio di differenti famiglie aristocratiche. 
La fiorente pesca del tonno, che garantiva un guadagno sicuro sia per i concessionari che per l’Erario, con il passare degli anni divenne sempre più povera per l’accumularsi di molteplici ragioni quali l’inquinamento, i cambiamenti climatici e l’evoluzione del sistema di pesca che avveniva, in epoche recenti, con grandi battelli equipaggiati all’uopo: tante tonnare in conseguenza di ciò furono costrette a fermare la propria attività.
La tonnara di Gioiosa  fu venduta intorno agli anni ’70 e, successivamente, la parte della struttura che riguardava  i magazzini per il riparo di barche, i locali destinati alla lavorazione del tonno e le ciminiere, furono demoliti per costruirvi un residence. Dei beni mobili a corredo della tonnara S. Giorgio oggi purtroppo  sono rimasti solo pochi resti, acquisiti dal Comune: il grande “paliscarmo Caporais” -denominato “S. Rita”- cioè la  barca che stava fissa accanto alla camera della morte per tutto il tempo della pesca, costruita dal mastro d’ascia  Stefano Providenti di Milazzo nel 1937,  25 ancore -dieci delle quali custodite ad Oliveri in un capannone su disposizione di questa Soprintendenza-  un centinaio di galleggianti e due argani di differenti dimensioni utilizzati per le operazioni di alaggio.

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Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Gioiosa Marea - cfr. all'URL

Fino al 1364, anno di fondazione di Gioiosa Guardia, il territorio del Monte Meliuso era zona agricola e particolarmente fertile.
Il Conte Ruggero d’Altavilla che nel 1062 aveva liberato l’Isola dal dominio arabo, intorno al 1100 fondò il Monastero di Patti.
Successivamente, concedendolo in feudo ai Monaci Benedettini, vincolò le popolazioni del Meliuso e del territorio circostante al Monte di Guardia a provvedere al mantenimento dei Frati, mediante periodici contributi.
In seguito il Monastero di Patti venne affidato alla guida dell’Abate Ambrogio, uomo d’ingegno, accorto politico che richiese ed ottenne dal Conte Ruggero d’Altavilla il controllo su tutto il territorio con importanti attribuzioni e poteri sul Monte di Guardia, sul Casale di Zappardini nonché in materia di magistratura delle acque, di decime sulla pesca per tutto il territorio della Diocesi e di Gioiosa, inoltre in materia di dogane (sulla carne, il pane, il vino, l’olio, i ceci ecc.), con annesso diritto a disporre del servizio personale degli uomini abili al lavoro del Casale di Zappardini, oltre a particolari potestà sull’esercizio della tonnara di Roccabianca in territorio di Patti e su quella esistente a Capo Calavà, precisamente a San Giorgio, in territorio di Gioiosa Marea.
L’Abate Ambrogio venne, dunque, ad assumere per primo tutti i poteri propri ad un governatore sul territorio del Meliuso e del Monte di Guardia. Tuttavia, da documenti dell’epoca risulta che l’Abate Ambrogio godé della fiducia e della benevolenza degli abitanti della zona.
Nel 1129 l’Abazia, con decreto pubblicato a Mileto, fu elevata a Vescovato ed il controllo sul territorio da parte delle Autorità Ecclesiastiche dell’epoca si fece più insistente e vessante. Nel 1208, infatti, risulta che per ordine del Vescovo la popolazione del territorio fu costretta a prestare servizi personali alle dipendenze del Monastero per il miglioramento e la coltura delle terre, senza in compenso nulla percepirne o quasi.
Frattanto, la contesa sui diritti di sovranità sulla Sicilia della Casa D’Angiò ed il clima politico interno che si venne a determinare nel 1318, offrirono l’occasione attesa agli abitanti del Meliuso e delle zone limitrofe per ribellarsi al potere ecclesiastico. La sommossa popolare fu repressa nel sangue e si concluse con la scomunica emessa dal Pontefice Giovanni XXII avverso i rivoltosi superstiti. Nel 1357, con la venuta al trono di Federico III, Vinciguerra d’Aragona è nominato Capitano di Patti a vita.
Frattanto, le popolazioni sparse per la campagna si riuniscono in comunità più compatte e meglio difendibili, consentendo in tal modo il sorgere, in epoche successive, di Giojosa, Librizzi, San Salvatore, Montagnareale e Sorrentini. È dello stesso periodo, peraltro, la costruzione della Torre chiamata « Oppidum Guardiae Jojusae » attorno alla quale gli abitanti dell’antica Gioiosa costruiranno le prime case e la Chiesetta del Giardino che ospiterà poi la scultura della Madonna omonima, attribuita alla Scuola del Gagini.
Santo protettore di Gioiosa Guardia è dapprima San Giovanni Battista, poi San Nicolò, Vescovo di Mira.
Sulla sostituzione del Santo Patrono sono state tramandate diverse leggende.
Narra una leggenda che «una grande carestia affliggeva Gioiosa Guardia. I poveri abitanti non sapevano più a quale Santo raccomandarsi e si struggevano in lacrime ed orazioni, quando videro lontano sul mare una barca a vela che si indirizzava sulla spiaggia, e giuntavi, scaricare una grande quantità di frumento.
Fuori di sé dalla gioia, i gioiosani si precipitano giù alla marina offrendo tutte le loro ricchezze per l’acquisto del frumento. Nuova sorpresa: il capitano ricusa ogni compenso e divide il grano senza dire chi sia, da dove venga, né dove vada.»
Dopo qualche anno, alcuni abitanti di Giojosa, recatisi per i loro traffici a Bari, vedono in una Chiesa un’immagine di San Nicola rassomigliante in tutto e per tutto al capitano benefattore. Tornati al paese raccontano il lieto riconoscimento
Con questo atto è, dunque, affermata definitivamente la signoria del Vescovo di Patti su Giojosa, che fu mantenuta sino all’abolizione dei diritti feudali, alla fine del sec. XIX. La popolazione restò così sottomessa al feudatario in modo assoluto, nessuno dubita che il Capitano sia San Nicola in persona e da quel giorno proclamano loro Protettore il Venerando Vescovo.
Nell’anno 1442 Re Alfonso di Aragona conferma la signoria vescovile di Patti alla quale attribuisce il diritto di eleggere il Capitano, i Giudici e gli altri Ufficiali di Giojosa ed inoltre di esigere i tributi come Signore della terra di Giojosa a tutti i livelli, da lui dipendente.
Le cronache dell’Isola, però, registrano frequenti ribellioni e sanguinose rappresaglie, perché la popolazione tentò ripetutamente di difendere i propri diritti ed i propri beni.
Il Capitano di Giustizia Gurbs, meglio conosciuto con il nome di Pietro Gubbio, nominato dal Sovrano in persona, dal quale aveva avuto concessi ampi poteri, fu quasi subito rimosso per le lamentele del Vescovo e dei signorotti del luogo.
Nel 1445 Re Alfonso concesse la Capitaneria di Giojosa ad Andrea Gorgone che in parte riuscì a migliorare le condizioni di vita della popolazione, sottraendola alle vessazioni. Purtroppo questo periodo durò pochissimo. Il Vescovo reclamò la propria autorità al Consiglio della Corona che sentenziò: « Non al Re appartiene la facoltà di eleggere il Capitano di quelle terre, ma alla Chiesa ed al Vescovo ». Così il paese tornò di nuovo sotto la medesima giurisdizione Vescovile e Gorgone venne rimosso.
Le vessazioni ripresero. La Città è condannata da Rosario Frangipane, Giudice del Tribunale del Concistorio, a pagare le decime sul raccolto ed in più a riconoscere al Vescovo di Patti, il diritto di signoria.
Una nota tratta dai Riveli del Tribunale del Real Patrimonio, datata 1569, qui riprodotta, mentre stabilisce che « la Universita dedicta de la Giusa Guardia no tene patrimonio alcono excepto uno magazeno ad effectu da reponersi li fromenti dela robba », quantifica tra le « graveze » l’ammontare delle decime per la carne e per il vino nonché delle gabelle dovute al Vescovo di Patti.
Questo stato di fatto perdurò fino al 1812, anno in cui si emanò in Sicilia la « Legge per l’abolizione dei diritti angarici e perangarici » che annullava i diritti feudali e quindi anche le decime sugli animali, sui prodotti dell’agricoltura ed i servizi personali. Di questa legge beneficiò Giojosa Guardia, città feudale, soggetta alla potestà baronale del Vescovo di Patti.
La « quaestio » si concluse definitivamente l’11 dicembre del 1841, quando il Decurionato di Giojosa, conformemente alla legge, intraprendeva un giudizio ad istanza del Pubblico Ministero per lo scioglimento dai vincoli derivanti dai restanti diritti promiscui, stabilendo il canone della liquidazione. La causa fu definita nel 1842 a favore di Gioiosa.
La riorganizzazione e l’insediamento della comunità agricola sulla costa, a seguito calamità naturali verificatesi negli anni 1783-1784, durò circa vent’anni, poichè, contrariamente a quanto si possa immaginare, l’individuazione del sito, rispondente a quello attuale di Gioiosa Marea, fu l’esito di una lunga ricerca che ritardò l’ubicazione, per la diversità di opinini delle Autorità preposte alla Civica Amministrazione e della Popolazione. In proposito i pareri appaiono documentalmente divisi sulla scelta alternativa di due zone: “Ciappe di Tono”, sul tratto a pianoro che prosegue in acclive verso il mare, dove è appunto edificata Gioiosa Marea, e una località denominata “Contino”, in contrada “Cicero”.Superata e risolta la democratica contesa e ottenunta l’approvazione del Governo, nel 1786 i cittadini benestanti, che si trovavano a disporre di adeguate risorse, iniziarono la costruzione delle prime case di Gioiosa Marea.Due anni dopo, il 2 Maggio 1788, anche il Comune fu autorizzato a trasferirsi nel nuovo sito e a far fronte alle insorgenze finanziarie relative alla costruzione di opere pubbliche e di pubblica utilità del nuovo Centro Urbano. A parte il tempo impiegato per l’individuazione della zona più adeguta al nuovo insedamento urbano,un’altra causa contribuì a rallentare gli effetti dell’esodo dal Monte Guardia. I contadini, sia per l’attaccamento alla natia terra, sia per le difficoltà obiettive che comportava l’allontanarsi dai campi, preferirono costruirsi le proprie case nei terreni a loro dati in custodia e coltura. Cominciarono così a popolarsi le varie Contrade intorno alla odierna Gioiosa Marea, tra le quali in specie quelle di Casale, di Landro, di Maddalena, di S. Leonardo, di Santo Stefano, di Galbato e di Francari, dando luogo al riorganizzarsi degli abitanti in comunità raggruppate intorno alle Chiese.
La Nuova Gioiosa , che ai piedi del Monte di Guardia assume il nome di Gioosa Marea, nel 1800 ha il primo piccolo agglomerato urbano.Sono poche case di gradevole aspetto, ispirate ai temi architettonici in voga a quell’epoca. Ma ciò che costituisce motivo di particolare rilievo nella struttura urbanistica di questa nuova Città, è che il volto risulta lo stesso (assieme alle pietre, ai materiali e ai criteri di costruzione delle case in rovina sul Monte). La struttura della nuova Gioiosa nasce, infatti, per concezione e disegno urbanistico, identica a quella della vecchia Giojosa. Anche qui, come sul Monte di Guardia, notiamo le Chiese costruite nella parte più alta e poi, mano mano degradanti verso il basso, le case. Nella parte bassa lungo la spiaggia che, a fronte della struttura del luogo formava un ampio golfo, erano già insediati i pescatori. La disposizione delle case più vecchie, riconoscibili dalle strutture murarie e dalla composizione degli interni (ampi magazzini con soppalchi e piccole camere sul retro), andava dalla punta dov’è l’accesso alla grotta fino all’incirca l’attuale P.zza Cristoforo Colombo, descrivendo un ampio arco; il che fa pensare all’esistenza di una spiaggia moto ampia che doveva ben superare l’attuale Stazione ferroviaria e spingersi fino all’odierna Via Garibaldi. La toponomastica di questa zona cittadina si differenzia da quella della zona alta del paese, infatti è caratterizzata da stradine con tracciato irregolare, molto strette e ben diverse dallo sviluppo perfetto su parallele della rete viaria, di esecuzione moderna e innestata a sud della Via G. Natoli che farà da asse portante per il nuovo Paese. Esisteva alla fine della Via Garibaldi, una costruzione che presentava tutte le caratteristiche di un piccolo cantiere per la costruzione o la riparazione delle barche; dai più vecchi la zona è chiamata (Locanda), e ciò fa presupporre l’esistenza di un piccolo complesso cantieristico con annesso albergo dove si poteva soggiornare per il tempo necessario alle riparazione delle barche.
La vera crescita urbanistica di Gioiosa Marea inizia nel 1820, anno in cui si registra l’apertura delle botteghe di alimenti, di utensili necessari alle varie attività degli abitanti, ora tanto più che la comunità contadina si è fusa con quella dei preesistenti pescatori. Mentre il Comune, che ha già realizzato la prima opera di pubblica utilità con la costruzione di una prima Fontana, nei pressi della Chiesa della Catena, si accinge a programmare nuove opere pubbliche. Così nel 1842, viene realizzato un grande orologio opera del Maestro Bartolomei, che, infisso nell’apposita costruzione, consente agli abitanti della neo Gioiosa Marea di regolarsi sull’ora ufficiale. Anche se poi per cause diverse, forse per la salsedine, il meccanismo diventa un blocco di ruggine. Ormai non se ne ha più traccia. Nel sito, frattanto, viene costruita la nuova Casa canonica. Un nuovo orologio si avrà tuttavia nel primo periodo del Novecento ed è ancora in perfetta funzione sulla torre campanaria della Chiesa Madre. Nel 1848 Gioiosa Marea ha una Banda Municipale che fa presto a divenire famosa nell’entroterra siciliano. Il primo direttore fu il Maestro Lillo Pizzuto da Messina, valentissimo e da tutti molto apprzzato. I Gioiosani si diedero vanto di questa banda, a giusta ragione, e provvidero anche con contributi individuali al suo mantenimento. Addirittura, un legato testamentario di Don Francesco Natoli assegnava la somma di Lire trecento, alquanto notevole all’epoca, per l’acquisto di una nuova divisa ai musicanti.


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