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Lipari

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  Lipari

Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Lipari - cfr. all'URL

Un viaggio nell'arcipelago eoliano offre molto di più della dimensione ludico-ricreativa soddisfatta dal mare e dalla vita notturna.
Come testimoniato nel corso dei millenni — ma ancora a tutt'oggi —, da innumerevoli artisti, le Eolie suscitano uno stato dell'anima, la quale, schiacciata dalla forza della natura e dall'immanenza delle testimonianze delle epoche passate, cede fino ad entrare in una condizione di abbandono a queste forze, lasciandosi così trasportare in un percorso che frequentemente termina con un tributo di eterno amore.
Ecco dunque che fin dalla prima colonizzazione, avvenuta oltre seimila anni fa, si sono accumulate le reliquie di un tempo passato che rappresenta un pezzo significativo della storia del mediterraneo.

Una storia antichissima

I primi uomini si sono stabiliti nelle isole di Lipari e di Salina alcuni secoli prima del 4000 a.C. attratti dalla straordinaria risorsa che era costituita per quel tempo, dall’ossidiana, il vetro nero eruttato dal monte Pelato, il vulcano della estremità NE di Lipari.
Questo vulcano si era spento da poco, dopo un periodo di intensa attività alla quale sono dovute le pomici oggi industrialmente sfruttate. Quando l’uomo ancora non conosceva la lavorazione dei metalli, l’ossidiana (che si trova solo in pochi punti del Mediterraneo) costituiva il materiale più tagliente di cui si potesse disporre ed era perciò ricercatissima. Da Lipari era esportata in gran quantità verso la Sicilia e l’Italia e meridionale, ma raggiungeva anche le coste della Liguria, della Provenza, della Dalmazia.
Questo commercio portava all’isola una straordinaria prosperità. Si sviluppava quindi in essa un abitato fra i più estesi e popolosi che si conoscano per quell’età. Solo più di mille anni dopo, intorno al 3000 a.C., quando il commercio dell’ossidiana era al suo apice, incominciarono ad essere abitate anche le isole minori dell’arcipelago eoliano. In questo lungo periodo, durato più di un millennio e mezzo, alle prime genti provenienti dalla Sicilia, stanziatesi sui fertili altipiani che ben si prestavano all’agricoltura e alla pastorizia, se ne sostituirono altre, venute da lontano, (si suppone dalle coste transadriatiche) per impadronirsi di questa eccezionale fonte di ricchezza. Queste nuove genti si insediarono su quella vera fortezza naturale, dominante i migliori approdi dell’isola di Lipari, che è l’attuale Castello e solo in periodi pacifici l’abitato principale poté spostarsi nella piana sottostante, ove è la città moderna.
La lunga evoluzione della civiltà di queste genti ha potuto essere riconosciuta con grande evidenza, nelle sue diverse fasi, attraverso gli scavi archeologici svoltisi a partire dal 1948.
Dopo alcuni secoli di forte recessione economica e demografica (II metà del III millennio a.C.) le isole Eolie hanno avuto un altro periodo di rigogliosissima fioritura quando in esse si sono stanziate nuove genti, provenienti questa volta dalla Grecia continentale. Possiamo riconoscere in esse quegli Eoli di cui le isole conservano il nome dopo quattro millenni. A questi Eoli si riferiscono le più antiche leggende di cui la civiltà greca abbia conservato memoria. Questo ciclo di leggende trova un eco nell’Odissea di Omero, nell’episodio di Eolo, il re giusto e ospitale, che abita nell’isola circondata da un muro di bronzo, inespugnabile (il Castello di Lipari?), e che accoglie il ramingo Ulisse concedendogli l’otre dei venti che avrebbero dovuto favorire il suo ritorno in patria.
Sorgono allora (poco dopo il 2000 a.C.), in tutte le isole, grandi e popolosi insediamenti di capanne di un tipo del tutto nuovo, tondeggianti, circondate all’intorno da un muro ben costruito in pietre e fango. Ha inizio con essi l’età del bronzo nei nostri paesi occidentali. Testimonianze degli insediamenti di questi genti transmarine sono state trovate pressoché in tutte le isole, salvo Vulcano resa inabitabile dalla intensa attività del suo cratere. Particolarmente estesi ed importanti quelli del Capo Graziano di Filicudi e del Castello di Lipari.
La cultura di Capo Graziano si svolge attraverso tutta la prima metà del II millennio a.C.
Alle popolazioni di stirpe eolica si sostituirono intorno al 1430 a.C. nuove genti, provenienti invece dalle vicine coste della Sicilia, portatrici di una cultura del tutto nuova, che prende il nome dal grande villaggio del Capo Milazzese dell’Isola di Panarea.
Verso il 1270 a.C. nelle isole (o meglio nella sola Lipari, perché le altre restano da questo momento deserte) si insediano genti ausonie, provenienti dalle coste campane, anch’esse ricordate dalle antiche leggende. All’Ausonio I si sostituisce quindi un Ausonio II, corrispondente ad un altro periodo di grande prosperità, che lascia tracce cospicue sul Castello di Lipari. L’Ausonio II dura poco più di due secoli.
Intorno al 900 a.C. il floridissimo insediamento di Lipari viene radicalmente distrutto e per più di tre secoli il Castello, ma forse l’intera isola, restano deserti.
Nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. inizia il fenomeno della colonizzazione greca dell’Italia meridionale e della Sicilia, Lipari è in ordine di tempo, una delle ultime colonie.
Nella 50° Olimpiade (580-576 a.C.) Lipari venne colonizzata da un gruppo di Greci di stirpe dorica, di Cnido e di Rodi, comandati dall’eraclide Pentatlo, superstiti di un infelice tentativo di fondare una colonia sul sito dell’attuale Marsala. I nuovi coloni si trovarono innanzitutto nella necessità di difendersi dalle incursioni degli Etruschi (Tirreni). Dovettero quindi allestire una potente flotta, con la quale riportarono contro di loro grandi vittorie, assicurandosi la supremazia sul mare. Col bottino conquistato eressero, nel santuario di Apollo, a Delfi, splendidi monumenti votivi (in complesso oltre quaranta statue di bronzo), dei cui basamenti restano ancora testimonianze.
Le navi Liparesi dominavano il basso tirreno e nel 393 a.C. intercettarono una nave romana che portava a Delfi un grande vaso d’oro rappresentante la decima parte del bottino della conquista di Veio. Ma il loro supremo magistrato Timasiteo lo fece restituire, trattandosi di una offerta sacra al dio Apollo, che i Liparesi veneravano. Nel 427 a.C., durante la prima spedizione ateniese in Sicilia, sotto Lache, i Liparesi strinsero alleanza con i Siracusani, forse per la loro comune origine dorica. Subirono attacchi, come afferma Tucidide, da parte della flotta ateniese e reggina, ma senza gravi conseguenze. Nella spedizione cartaginese del 408-406 Lipari fu di nuovo in relazioni amichevoli con Siracusa. Venne perciò attaccata dal generale cartaginese Imilcone che, impadronendosi della città, estorse agli abitanti una indennità di 3° talenti. Partiti i Cartaginesi, Lipari tornò in pieno godimento della sua indipendenza.
Durante la dominazione di Dionisio il Vecchio, Lipari rimase al fianco di Siracusa e, successivamente, di Tindari. Nel 304 l'isola venne aggredita da Agatocle che le impose un tributo di 50 talenti, perduto durante la traversata verso la Sicilia, per una tempesta attribuita alla collera di Eolo.
Successivamente Lipari cadde sotto il giogo cartaginese, nel quale si trovava quando scoppiò la prima guerra punica. Per i suoi eccellenti porti e per la sua posizione di alto valore strategico, l'arcipelago divenne una delle migliori stazioni navali cartaginesi. Nel 262 il console romano Cornelio Scipione, illudendosi di potersi impadronire agevolmente di Lipari, venne ivi bloccato da Annibale e catturato con tutta la sua squadra. Nel 258 Attilio Calatino cingeva Lipari di assedio.
Nel 257 le acque delle Eolie furono teatro di un'accanita battaglia tra la flotta cartaginese e quella romana. Lipari fu conquistata dai Romani nel 252 a.C. rasa al suolo con «inumane stragi» perse con l'indipendenza la prosperità economica. Iniziò per essa un periodo di grave decadenza.
Continuò per altro a trarre vantaggi economici notevoli dall'industria dell'allume, che probabilmente fin dall'età del Bronzo si estraeva nell'isola di Vulcano, del quale Lipari aveva nel mondo antico il monopolio. Molto frequentate erano anche le eccellenti acque termali di Vulcano e di Lipari, che ebbero una notevole rinomanza anche nella Roma imperiale. Cicerone ricorda Lipari e parla dei soprusi che essa subì da parte di Verre.
Le isole Eolie ebbero una grande importanza strategica durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo. Lipari, fortificata da Sesto Pompeo, fu conquistata nel 36 a.C. da Agrippa, ammiraglio di Ottaviano, che fece dell'isola di Vulcano la base della sua flotta per le operazioni che precedettero la battaglia navale di Milazzo e per il successivo sbarco in Sicilia. Lipari subì in questa occasione nuove devastazioni e nuovi disastri. Sembrerebbe che successivamente essa abbia potuto godere dello statogiuridico di municipium. Plinio la definì oppidum civium romanorum.
Non abbiamo notizie relative a Lipari per tutta l'età imperiale romana (I-IV secolo d.C.). Sappiamo solo che l'imperatore Caracalla, dopo avere fatto uccidere il suocero Plauziano, vi relegò la moglie Plautilla e il cognato Plauzio che morirono in esilio.
In età cristiana (forse dal IV secolo) Lipari fu sede vescovile e almeno fin dal VI secolo erano venerate nella sua cattedrale le reliquie dell'apostolo San Bartolomeo che, secondo le tradizioni tramandateci da scrittori bizantini, vi sarebbero giunte miracolosamente dall'Armenia.
Nei secoli dell'alto Medioevo Lipari fu quindi meta di pellegrinaggi, che qui convenivano da paesi vicini e lontani. Intorno alle isole Eolie, in particolare a Lipari e a Vulcano, fiorisce, nell'alto Medioevo, una ricca e variopinta messe di tradizioni. Il cratere di Vulcano veniva considerato allora come la bocca dell'Inferno, in cui bruciavano le anime dei reprobi. È nota la leggenda raccontata da San Gregorio Magno dell'eremita che il giorno stesso della morte di Teodorico avrebbe visto l'anima del re goto gettata nel cratere da papa Giovanni e dal patrizio Simmaco, che egli aveva fatto uccidere.
Altre leggende fiorirono intorno al santo vescovo Agatone e all'eremita San Calogero che liberava l'isola dai diavoli e faceva sgorgare le acque salutari, che portano il suo nome.
Nell'alto Medioevo si ebbe un improvviso risveglio (dopo molti decenni di quiescenza) dell'attività vulcanica nell'isola di Lipari. Si aprirono allora il nuovo cratere del monte Pelato, che eruttò immense masse di pomici, e quello, più vicino alla città, della Pirrera, che eruttò una colata di ossidiana.
Nell' 839 Lipari fu aggredita e distrutta da un'incursione di musulmani, che massacrarono e deportarono in schiavitù la popolazione e profanarono le reliquie di San Bartolomeo. Queste, piamente raccolte da alcuni vecchi monaci scampati all'eccidio, furono l'anno seguente trasportate a Salerno e di lì a Benevento. Lipari rimase per alcuni secoli quasi totalmente deserta, fino alla riconquista della Sicilia da parte dei Normanni, che nel 1083 installarono a Lipari l'abate Ambrogio con un nucleo di monaci benedettini. Intorno al monastero, di cui restano vestigia a fianco della cattedrale, tornò a formarsi un nucleo urbano.
Nel 1131 fu ricostituita la sede vescovile di Lipari unita a quella di Patti. Roberto I re di Napoli, nel 1340, si impadronì di Lipari. Nel 1544 la città fu saccheggiata dal feroce corsaro Ariadeno Barbarossa, che portò via gli infelici abitanti, come schiavi. Lipari venne successivamente riedificata e ripopolata da Carlo V e da allora seguì le sorti della Sicilia e del reame di Napoli.

La Distruzione della Città di Lipari ad opera di Ariadeno Barbarossa

Nel 1519 Carlo V ingrandiva il suo dominio ottenendo la corona imperiale di Germania contesagli da Francesco I, re di Francia. Fra questi due regnanti a più riprese furono combattute aspre battaglie che trasformarono l'Europa intera in un teatro di lotte. Dopo più di venti anni di lotte, Francesco I, per disfarsi dell'avversario e soddisfare la sua feroce passione di vendetta e di ambizione, stimandosi inferiore di forza, dimentico di essere cristiano, strinse alleanza con Solimano il Grande, re dei Turchi, il quale ben comprese che era il momento propizio di approfittare della discordia dei due re cristiani per espandere, mercé l'opera dei pirati che avevano le loro sedi lungo le coste dell'Africa, la sua potenza e trarre dall'azione di essi lauto bottino.
Una flotta di 150 triremi, alla quale fu posto a capo Ariadeno (Khair ad-dín), re dei pirati, conosciuto volgarmente sotto il nome di Barbarossa per la sua barba folta e rossiccia, e che già aveva a Tunisi lasciato triste ricordo della sua persona durante il tempo che ne era stato il dominatore, fu pertanto spedita nel 1543 da Solimano in aiuto del re dei Francesi. Dopo avere costeggiato l'Italia, arrecando considerevoli danni in alcune località marittime giunse in Francia, dove per circa un anno si trattenne nei pressi di Marsiglia; dopo di che il re Francesco I, ravvedutosi della scandalosa lega con quegli infedeli, che gli aveva fruttato soltanto immense spese e l'odio dei popoli cristiani, rimandò Barbarossa in Oriente, consegnandogli molti doni. Spinto dalla sua indole, il re dei pirati pensò di compiere, anche durante il viaggio di ritorno, azioni di forza onde trarre da esse il maggiore bottino possibile. Le intenzioni del corsaro furono note prima ancora che egli intraprendesse il ritorno e molto si temette per la città di Lipari, sita sul percorso che l'armata navale turca doveva fare per tornarsene in patria. Il viceré di Napoli, don Pietro di Toledo, alla fine del mese di maggio 1544, inviò a tal proposito ai Liparesi un naviglio per avvertirli della minaccia che gravava sulla loro città. Posti sull'avviso, i Liparesi, per nulla sbigottiti dalla forza del nemico, si diedero con animo e fervore a preparare la difesa della loro città. Da Messina provvidero a ritirare, con denaro raccolto fra loro stessi, copiose armi e munizioni. Era antica consuetudine che in caso di pericolo le città vicine si aiutassero fra loro con l'inviare soccorsi di uomini ben armati, provvedendoli di viveri di tre giorni in tre giorni, e col dare inoltre temporaneamente qualche pezzo di artiglieria, per cui anche la città di Patti, come si rileva da un documento del secolo XVI che si conserva nell'Archivio Municipale di quella città, prestò in quell'occasione artiglieria a Lipari. Fu vagliata dai Liparesi la opportunità di inviare in Sicilia tutte le donne, i bimbi e gli inadatti alle armi per toglierli dal pericolo e nel contempo alleggerire il peso del vettovagliamento necessario per affrontare un lungo assedio; prevalse però l'opinione di coloro che stimavano che nessuno dovesse allontanarsi dall'isola in modo che gli uomini di Lipari, avendo l’impegno di difendere con il suolo della patria, anche la propria famiglia, avrebbero così combattuto con maggiore accanimento e con maggior fede. Anche la tesi avanzata da alcuni di fare venire da Messina una forte guarnigione di soldati spagnoli per accrescere il numero dei difensori, non ebbe felice esito, fidando che le sole forze dell'isola sarebbero state sufficienti alla difesa della città. Né migliore fortuna ebbe la richiesta fatta al Viceré di Napoli di avere una guarnigione in aiuto; Pietro di Toledo infatti richiese agli abitanti di Lipari di sopportare le spese dell'invio della guarnigione; condizione che non fu dai Liparesi accettata, importando essa un'ingente spesa e non essendo quei cittadini in grado di sostenerla.
Lipari si apprestò cosi a subire l'assalto dell'imponente forza di Ariadeno Barbarossa. Giunse nel frattempo da Napoli una fregata inviata ai Liparesi dal viceré Pietro Toledo, carica di munizioni da guerra, la quale recò pure l'avviso che non sarebbe passato molto tempo dal sopraggiungere di Barbarossa. Costui infatti, partito da Tolone per Costantinopoli, si diede prima a saccheggiare la riviera di Napoli ed indi espugnò l'isola di Ischia. Non contento di queste devastazioni, egli mosse quindi contro Lipari per espugnarla; ciò alla fine del giugno 1544. Il Maurolico, storico di quel tempo, scrive che la flotta turca al 30 giugno era arrivata fino a Policastro e che l'indomani, dalle più alte cime del Peloro, fu vista avvicinarsi alle isole Eolie e che il numero delle navi ascendeva a 144. I Liparesi, che conoscevano per fama la crudeltà del Barbarossa, appena seppero dell'avvicinarsi del terribile pirata, confidando nel sito della città, forte per natura, si ritirarono tutti, per come era stato prestabilito, entro il Castéllo, fiduciosi di potere sostenere un lungo assedio. Questo Castello, entro il quale era costruita la città propriamente detta, sorge sopra una rupe scoscesa bagnata da più parti dal mare, il che rendeva difficile espugnarlo, ed esso era inoltre fornito di un'ottima fortezza. Su questa rupe era possibile accedere semplicemente da una strada, che poteva essere guardata da poche persone ed il cui ingresso era recinto da muraglie e da bastioni. Ai piedi di questa rupe si trovava un borgo abitato che, al primo sentore dell'avvicinarsi del famoso corsaro, fu abbandonato dagli abitanti i quali corsero a rinchiudersi entro il Castello.
Barbarossa, giunto a Lipari, entrato risolutamente nel porto e posto l'assedio al Castello, senza porre tempo in mezzo, inviò una ambasceria per chiedere la resa della città. Essendosi però gli abitanti mostrati risoluti a combattere anziché ad arrendersi, Barbarossa provvide a fare sbarcare i suoi uomini sulla spiaggia dell'insenatura detta Portinenti. Gia un forte nucleo aveva posto piede a terra e vari cannoni erano stati sbarcati, quando l'artiglieria liparese cominciò il suo fuoco, arrecando ai nemici gravi danni, per cui le navi degli assalitori furono costrette ad allontanarsi dalla detta spiaggia ed a porsi al riparo dietro la punta denominata Capistello. Con bene aggiustati colpi, i Liparesi riuscirono, prima ancora che le navi di Barbarossa potessero mettersi al sicuro, ad affondare due galee nemiche. L'audacia dei Liparesi non disarmò gli assalitori, i quali attesero il favore della notte per potere ritentare l'impresa ed indisturbati procedere allo sbarco di altre truppe e di altri cannoni, che furono collocati presso la vecchia chiesa di S. Bartolomeo, alla quale era congiunto il convento dei francescani. In questa località, che restava alquanto rialzata nei confronti del vicino terreno, fu, oltre l'artiglieria, sistemato pure l'accampamento per le truppe sbarcate. Solo le luci del giorno resero edotti i Liparesi di quanto nella notte era stato operato dai nemici. Un duello feroce, incessante, ebbe cosi inizio fra le artiglierie dei due contendenti. Giorno e notte, senza tregua alcuna, la città di Lipari venne battuta dai cannoni di Barbarossa che, con colpi bene aggiustati, mandavano in rovina le muraglie del Castello, arrecando fra le file dei difensori gravi perdite. Solo per poco gli assediati poterono controbattere i nemici con efficaci colpi, perché al terzo giorno la loro artiglieria fu resa inservibile, ma non per questo l'animo dei Liparesi venne meno. Mentre essi si difendevano coraggiosamente, il corsaro spedì trenta galee a Patti per provvedersi di acqua; impediti nel potersela procacciare, per i continui assalti dati dalla cavalleria siciliana, i Turchi saccheggiarono per vendetta la città di Patti, asportando un ricco bottino e bruciando circa centocinquanta case.
I Liparesi, considerato che ogni resistenza sarebbe stata vana, inviarono al Barbarossa quattro ambasciatori per chiedere le condizioni di resa e supplicarlo di risparmiare la loro città da una sicura distruzione. Ingente fu la taglia richiesta dal Barbarossa, domandando egli ben centomila scudi per allontanarsi. Tornati gli ambasciatori entro le mura della loro città, e riferita ai concittadini la risposta data dal Barbarossa, furono ampiamente discusse le condizioni di resa; ma non essendo i Liparesi nella possibilità di far fronte ad un pagamento così ingente, fu sollecitato l'assalitore di volere ricevere piú mite somma. La proposta esacerbò il re dei pirati che, senza indugio, diede ordine che fosse ripreso il bombardamento della città. Le macchine furono accostate alle mura del Castello e nessun mezzo fu tralasciato per arrecare fra i difensori danni e vittime, reputando Barbarossa cosa disonorevole partire senza avere espugnato la città di Lipari.
II 4 luglio, mentre a Lipari fortemente si combatteva, avvenne un'eclissi totale di luna, che diede luogo alle più strane fantasticherie. I Turchi intanto, resi ancor più feroci dall'eroica resistenza dei Liparesi, provvidero a raddoppiare gli sforzi e gli assalti; resistevano gli assediati, convinti che se i nemici fossero penetrati entro il Castello, tutti sarebbero stati massacrati senza differenza di persona, di età e di sesso. Percosso dai colpi nemici, cadde nel frattempo parte di un muro principale del Castello, ferendo nella sua rovina molti difensori. Superbi nella difesa, sprezzanti della vita, per nulla scoraggiati, resistevano gli assediati, avendo cura di riparare alla meglio, con pietre, terra e legname, ogni falla prodotta dai proiettili nemici. Per più intimorire gli assediati, Barbarossa, sicuro di non potere ricevere alcuna molestia da parte dell'artiglieria liparese, fece allora avanzare le galee che erano rimaste al sicuro dietro la punta del Capistello, e fattele entrare nell'insenatura di Portinenti, fece sbarcare da esse altre truppe ed altri pezzi di artiglieria. I nuovi preparativi spinsero i Liparesi ad inviare l'8 luglio, nel campo di Barbarossa, una nuova ambasceria, composta di tre fra i più eminenti cittadini del luogo, onde scongiurare il nemico di sospendere l'assalto ed avanzare richieste adeguate alle condizioni economiche degli assediati. L'ambasceria ebbe esito negativo ed il bombardamento della città di Lipari continuò con più violenza e più accanimento, per cui il Comandante la fortezza di Lipari ed i giurati della stessa città pensarono di rivolgersi a certo Iacopo Camagna, uomo stimato da tutti, di molta autorità e pratica negli affari, per chiedere il suo intervento presso Barbarossa. Il Camagna, vedendo che la patria era ridotta a mal partito e che non vi era alcuna speranza di soccorso, circondata per come era dal nemico per terra e per mare, osservando che i suoi concittadini erano profondamente abbattuti d'animo, mentre i nemici erano diventati più arditi, pur trovandosi in precarie condizioni, data la gravezza degli anni e la sua malferma salute, accettò l'incarico di trattare con il nemico. Giunto al cospetto di Barbarossa, il Camagna, con parola facile e piena di blandizie, si sforzò di ottenere clemenza per i suoi concittadini, dichiarando che essi erano pronti ad aprire le porte del loro Castello purché fosse assicurata l'immunità a quanti dentro vi si trovavano. La proposta non fu accettata dal nemico, il quale promise invece di lasciare libere da ogni tributo soltanto ventisei famiglie. Tale notizia fu dal Camagna recata ai suoi concittadini, i quali furono dallo stesso con una forte orazione esortati ad arrendersi.
Gli assediati decisero di inviare un nuovo ambasciatore da Barbarossa nella persona di Bartolo Comito, con l'incarico di offrire, come condizione di resa, che ogni uomo potesse essere libero mediante il pagamento di venti scudi. Sembra che la proposta sia stata accettata dal Barbarossa, per cui i Liparesi, convinti dalle promesse fatte al Camagna ed al Comito, stanchi del lungo assedio e mancando loro le vettovaglie e le munizioni, decisero di arrendersi.
La mattina del venerdì 11 luglio, dopo ben dieci giorni di aspra lotta, tutto il popolo liparese, con in testa il Capitano d'armi ed i giurati della città, si recò al campo di Barbarossa per fare atto di omaggio e consegnare le chiavi della città. I re dei pirati, accettando la sottomissione, rimandò tutti entro il Castello, dando ordine ad uno dei suoi ufficiali di compilare l'elenco delle ventisei famiglie più cospicue che, giusto i patti, dovevano essere lasciate libere da qualunque molestia e dal pagamento di qualunque tributo. Nel pomeriggio dello stesso giorno Barbarossa, seguito dai suoi ufficiali e da un trionfante stuolo di giannizzeri, si recò dentro le mura della città di Lipari e diede ordine che fosse trasportata nella casa del Camagna tutta la mobilia delle ventisei famiglie libere, onde cosi preservarla dal saccheggio che i suoi soldati avrebbero compiuto nella città occupata. Provveduto a ciò, egli concesse ai Turchi il saccheggio della città. Turbe feroci si precipitarono dovunque, commettendo ogni sorta di nefandezze, di ruberie e di atti inumani. Tutte le case furono spogliate, e molte di esse furono dalla ferocia dei devastatori ridotte a mucchi di pietre. Per accelerare l'opera vandalica di distruzione, fu in molte parti della città dato il fuoco. Nulla riuscì a frenare la furia devastatrice degli assalitori, non le chiese, non le immagini sacre, che furono calpestate, imbrattate di fango e trascinate per terra. La chiesa di S. Bartolomeo, vicino al porto, ed il nobile monastero dei religiosi di San Francesco dell'Osservanza ad essa attaccato, furono devastati e dati alle fiamme. Anche alla Cattedrale, eretta dalla munificenza del normanno conte Ruggiero, fu appiccato il fuoco, dopo di essere stata saccheggiata dagli infedeli. Il grande soffitto e gli splendidi lavori in pittura ed in legname che rendevano quel tempio pregevole anche dal lato artistico, rimasero cosi inceneriti. Fu in quell'occasione distrutto pure l'Archivio Municipale in cui erano conservate tante pubbliche scritture sia della Chiesa che della città di Lipari.
Compiuta l'opera di devastazione della città, contrariamente ai patti stabiliti, la mattina del sabato 12 luglio, il Barbarossa fece trasportare sulle navi tutta quanta la mobilia che era stata raccolta nella casa del Camagna e di proprietà delle ventisei famiglie che dovevano essere lasciate libere, e quindi fece dare fuoco alla stessa casa del Camagna. Ma non solo per questo atto il Barbarossa si rese spergiuro; contrariamente alle condizioni di resa, dopo avere fatto caricare sulle navi il bottino, fece prendere e condurre sulle stesse galee gli abitanti di Lipari senza esentarne neppure uno dalla schiavitù.
Dopo avere cosi saccheggiata ed incendiata quasi tutta la città ed avere ridotto nella più squallida desolazione l'isola, il corsaro si parti da Lipari portando seco un ingente bottino, iniquo trofeo di guerra, e più di ottomila prigionieri di ogni sesso ed età, lasciando la città completamente spopolata. Il 14 luglio i corsari saccheggiarono Milazzo e si avvicinarono a Reggio, e precisamente a Catona, ove molti dei Cristiani che erano stati fatti prigionieri nelle varie incursioni di Barbarossa furono, specie ad opera dei Messinesi, riscattati, e fra questi molti Liparesi. Grave era la condizione dei prigionieri, i quali, non convenientemente nutriti, venivano lasciati morire di fame, di stenti e poscia gettati come inutile e funesto ingombro nel mare. Dopo essersi fermato alcuni giorni lungo la costa calabra, Barbarossa riprese il suo viaggio, portando in Oriente migliaia di schiavi cristiani ed un ricco bottino. Tra coloro che furono riscattati fu anche il Camagna, contro il quale molte furono le voci che si levarono, accusandolo di essere stato traditore della patria, per cui, subito dopo liberato, venne dal Governatore di Messina trattenuto sotto si grave imputazione. Il Camagna riuscì però ben presto a giustificare la sua condotta e provare la sua innocenza per cui, dopo alcuni mesi, poté fare ritorno nella sua città di Lipari. I Liparesi che ottennero il riscatto, tornarono in patria e con quelli che si erano salvati con la fuga nelle vicine campagne, presero a ripopolare la città duramente provata.

I Viaggiatori delle Isole Eolie

Le isole Eolie sono state meta di viaggiatori da tempo immemorabile. Il primo grande viaggiatore che visitò le Eolie secondo la mitologia classica fu Ulisse, che si dice che proprio alle isole Eolie abbia ricevuto dal re Eolo l’otre contenente i venti contrari alla navigazione che lo avrebbe riportato in patria.
Molti dopo di lui lo seguirono, ma fu solo a partire dal 1700 che le isole Eolie divennero meta di viaggi divenuti famosi, che sono giunti fino a noi grazie ai loro diari di viaggio. Questo genere letterario ebbe grande successo anche grazie al cosiddetto Grand Tour, cioè il viaggio in altri paesi d’Europa (spesso in Italia e in particolare in Sicilia) che tutti i nobili dovevano intraprendere come parte della loro formazione personale per essere accolti nell’alta società. Questi viaggiatori erano infatti delle personalità importanti del loro tempo, uomini colti e sensibili disposti ad affrontare i disagi di un viaggio a volte scomodo, non dei comuni turisti.
Il più noto e affezionato viaggiatore delle Eolie è stato senz’altro l’arciduca Luigi Salvatore d’Austria, che ha descritto dettagliatamente e illustrato mirabilmente la vita eoliana della fine dell’‘800. Numerosi sono stati anche gli altri viaggiatori: Houel, Dolomieu, Spallanzani, Dumas e Maupassant fra i più noti ma anche i meno noti come Reclus, Melena, T’Serstevens, Vuillier e Von Pereira. Il loro punto di vista ci offre un’immagine significativa della realtà eoliana del loro tempo, utile per comprendere splendori e miserie passati e presenti.


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