SOPRINTENDENZA BCA
DI MESSINA

Territorio provinciale di competenza

Quadro riepilogativo delle attività istituzionali relative al Comune evidenziato sulla mappa

 

 

 

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Messina

Messina

  Messina

 

Beni Architettonici

U.O. 3

Cappella Funeraria Gentilizia Broccio

Epoca: Secolo XII (?)
Comune: Messina
Ubicazione: Mili San Pietro
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Privata
Vincolo : D.A.8360 del 17.11.1998

Nella C/da San Nicolò della frazione di Mili S. Pietro, su un rilievo dominante il piccolo centro abitato, sono ubicati i ruderi di una cappella. La si può raggiungere salendo su per una ripida scalea che si diparte dal torrente Mili che scorre nella vallata in prossimità dell’antica chiesa di S. Maria di Mili. La chiesa dedicata a S. Nicola, secondo lo storico F. Chillemi, è appartenuta originariamente ai basiliani che poi la cedettero alla nobile famiglia Broccio. Se la notizia dell’appartenenza ai basiliani fosse confermata, potrebbe essere che i Broccio ne siano entrati in possesso a seguito della legge del 7 luglio 1866 con la quale si sopprimevano gli ordini religiosi. Infatti questa famiglia acquistò, dopo il sequestro dei beni ecclesiastici, una porzione del monastero di S. Maria per cui non è da escludere che possa aver acquisito anche la cappella. Non si conosce l’anno di costruzione di questa chiesetta e gli elementi architettonici, ancora visibili, che la compongono sono totalmente insufficienti per poterla datare.
La costruzione è ad un’unica navata, che misura m. 4.50x8.70, orientata lungo l’asse Sud-Est Nord-Ovest. L’abside sumicircolare, ricoperta da una cupola, ha un raggio di m. 0.60 circa. All’esterno la zona absidale si presenta come due cilindri sovrapposti di cui quello superiore è di dimensioni ridotte rispetto a quello inferiore.
Secondo la testimonianza dei proprietari la cappella era in ottimo stato fino agli anni cinquanta. Successivamente è stata inspiegabilmente abbandonata e la struttura è andata incontro ad un costante degrado. Oggi della chiesa si conservano soltanto i muri perimetrali mentre la copertura è crollata qualche decennio or sono. Nel prospetto principale si vedono i resti di un campanile a vela. Le pareti della cappella presentano profonde lesioni causate dal cedimento del terreno ed in particolar modo l’abside che presenta un ampio squarcio verticale. L’edificio, infatti, anche se poggia su un costone roccioso, è situata in prossimità del burrone al punto che, sul lato nord, una porzione delle fondazioni è scoperta. L’instabilità del suolo è un problema che deve aver creato disagi alle strutture sin dai primi momenti dell’edificazione. Lo si vede dalle varie opere di consolidamento che sono stati effettuati negli anni quali due massicci contrafforti angolari costruiti, come si può vedere dalla muratura, certamente nel secolo scorso ed un pilastro in laterizio sito all’interno della chiesa. Neglia anni cinquanta sono stati piantati dei pini tutt’intorno alla chiesa nel tentativo di consolidare il terreno circostante.
Negli ultimi decenni sono state rubate le porte, sia quella principale che quella laterale, e sono crollati i portali. Sulle pareti sono ancora appena visibili tracce di affreschi.
Nel sottosuolo si dovrebbe estendere la cripta.

 

Chiesa dell'Immacolatella a Santo Stefano Briga

Epoca: XII
Comune: Messina
Ubicazione: Via Santa Lucia- Vill. Santo Stefano Briga
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Parrocchia di san Giovanni
Vincolo : D.A.5600 del 18/05/1992 rettif. dal D.A.7546 del 31/12/1992

La chiesetta dell'Immacolatella ricade nel centro abitato del Villaggio di Santo Stefano Briga ed è ubicata a poca distanza dalla chiesa di san Giovanni Battista alla quale era appartenuta fino al 1958.
Incerta è origine e storia di questo piccolo monastero sorto non lontano da Messina, nei pressi dell’omonimo torrente. Pare che il monastero fosse noto anche col toponimo di Santo Stefano di Messina. Il complesso risultava grangia del S. Salvatore di Messina nel 1131 e L’archimandrita ne nominava un economo. E’ probabile che si tratti di ciò che rimane del monastero di S. Stefano Briculo. Nel 1306 il monastero era ancora esistente e alle dipendente dell’Archimandritato di Messina.
In paese, infatti, si identifica la presenza di una chiesa (chiesa dell’Immacolatella) orientata approssimativamente ovest-est, la cui origine medievale è indubbia. E’ probabile che si tratti di ciò che rimane del monastero di S. Stefano Briculo
Nel 1995 la chiesa è stata sottoposta a tutela bloccando un progetto che ne prevedeva la demolizione. Nel 1999 la Soprintendenza di Messina ha eseguito dei lavori di consolidamento e restauto delle strutture che risultavano fatiscenti e rischiavano di collassare.
L’edificio è privo di copertura, ha pianta rettangolare ad unica aula. L’ingresso è a ovest, in corrispondenza del prospetto principale, mentre l’abside semicircolare è rivolta ad est. L’area presbiterale non è solo scandita dall’unica abside, ma si distingue per la presenza di due absidiole laterali, elemento caratteristico di molte chiese normanne di monasteri greci fondati tra XI e XII sec. d.C. I cantonali risultano rinforzati da pietre non squadrate o sbozzate sommariamente. Da segnalare una superfetazione che si addossa all’abside centrale e la non fruibilità del prospetto meridionale, celato da un edificio di recente costruzione. Sicuramente la chiesa ha subito rifacimenti anche radicali. Un pesante intervento si potrebbe datare intorno al XVII/XVIII secolo, periodo in cui il prospetto principale, come accennato, venne adattato alle nuove esigenze liturgiche attraverso l’adozione di un ampio finestrone atto ad aumentare esponenzialmente l’apporto di luce all’interno dell’aula. E’ possibile che nel medesimo periodo la chiesa si intonacasse e si nascondessero gli antichi affreschi in favore di decorazioni tipicamente barocche. Infatti, nel corso dei lavori di restauro del 1999, è stato demolito un contromuro a sostegno dell'area absidale e sono stati rinvenuti frammenti di affreschi medievali.
La copertura, probabilmente in origine a doppio spiovente, non esiste più. Anche la grande finestra sovrastante l’ingresso è opera recente, ricavata, presumibilmente tra XVII e XVIII secolo, per garantire maggiore illuminazione all’ambiente.

 

Villa Flachi

Epoca: 1925
Comune: Messina
Ubicazione: Via Consolare Pompea- Villaggio Sant'Agata
Autore: Ing. Nunzio D'Andrea
Proprietà: Privata
Vincolo : D.A. 6081 del 09/05/97

La villa è ubicata lungo la via Consolare Pompea, antica strada di collegamento fra la città di Messina e Capo Peloro.
Questa arteria viaria, fino al XIX secolo, era poco urbanizzata e le uniche presenze erano i piccoli villaggi di pescatori. Agli inizi del XX secolo, soprattutto dopo il terremoto del 1908, proprio per la bellezza dei luoghi, su quest'area, iniziano a sorgere lussuose dimore extraurbane di facoltosi messinesi. Nascono così delle ville immerse nel verde di grandi giardini esotici che, per i tempi, rispettano le architetture all'avanguardia.
In questo periodo, 1925 circa, sorge anche villa Flachi su commissione della famiglia Tamà che affida l'incarico della progettazione all'Ingegnere Nunzio D'Andrea.
Certamente la composizione architettonica risente delle influenze stilistiche eclettiche di Gino Coppedè che, in quegli anni, è molto attivo nella città dello Stretto. I prospetti sono ricchi di decorazioni geometriche policrome che richiamano l'architettura islamica. Planimetricamente la villa ha uno sviluppo irregolare determinato dall'uso di altimetrie differenziate in relazione agli sviluppi volumetrici in cui risulta suddivisa la pianta e dai corpi aggettanti dei bow-windows, torrini, terrazze e quant'altro.
La facciata posta a sud è impreziosita da una monumentale scalinata, posta al centro, dotata da una balaustra dotata di balaustra e motivi floreali in cui prevalgono i colori rosa, verde e giallo.
La casa è circondata da una ampio giardino ricco di paleme ed altre specie botaniche ed è delimitato da una recinzione che ripete i motivi floreali e cromatici della scalinata; In muro di recinzione è arricchito da due torri a lanterna.
Negli anni 60 la villa, oramai in pessimo stato di conservazione, viene venduta alla famiglia Flachi che provvede alla ristrutturazione nel rispetto, ove possibile, delle preesistenze

 

Villa Garnier

Epoca: Inizio secolo XX
Comune: Messina
Ubicazione: Via Consolare Pompea- Villaggio Sant'Agata
Autore: Ingegnere Santacaterina
Proprietà:
Vincolo : D.A. 5723 del 02/04/97

Pregevole esempio di Liberty puro, la recinzione e il portale d’ingresso di Villa Garnier sulla via Consolare Pompea nel Villaggio S. Agata.
Cancello e stipiti in pietra con il muro di recinzione, infatti, furono realizzati, insieme alla villa originaria, nel 1904 dall’ingegnere Santacaterina e presentano tutte le caratteristiche dell’autentico stile Liberty floreale. La villa era stata commissionata, quale dimora estiva, da Oreste Garnier, un facoltoso imprenditore nel campo dei trasporti marittimi, titolare della “Casa di Spedizioni e Transiti” e agente della “Navigazione Generale Italiana”.
L'edificio, inizialmente a due piani fuori terra, subisce ingenti danni dal terremoto del 1908 con il crollo del piano superiore. Negli anni 30 il fabbricato viene consolidato solo per il piano terra, riprendendo lo stile eclettico ancora legato agli schemi floreali del tardo Liberty che, in realtà, era stato un po' superato ovunque ma ancora molto presente nell'edilizia residenziale della Messina post-terremoto.
Caratteri costanti dello stile libery, nel complesso di Villa Garnier, si individuano nel tema squisitamente floreale, nell’impiego di motivi dall’arte giapponese; nelle forme di arabeschi a sviluppo lineare, nell’uso prevalente della curva in tutte le sue varianti di volute e spirali, rivolgendosi a moti sinuosi e ondulati.
L'edificio, ad un solo piano fuori terra, ha uno schema planivolumetrigo regolare e si accede tramite una scalinata. Due rampe laterali ubicate sul prospeto danno accesso ad un ampio terrazzo.


Beni Demoetnoatropologici

UO 4

La Commissione Franceschini, (istituita con la L. n.310/64) nella dichiarazione conclusiva dei lavori riformulò il concetto di bene storico-artistico discostandolo dalla riduttiva ed elitaria visione ottocentesca basata sull’apprezzamento delle peculiarità artistico - estetiche dell’oggetto in favore di una più pertinente valutazione che lo considera in una dimensione più ampia definendo il bene culturale come “ogni bene che costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà”. L’effetto di tale mutamento di prospettiva è il riconoscimento di “valore di civiltà” ad una quantità di testimonianze decisamente più consistente, che induce il legislatore a formulare un elenco di tipologie e precisarne meglio i limiti: “sono beni culturali quelli d’interesse archivistico, librario, storico, archeologico, artistico, ambientale ed etnoantropologico” e riconoscendo che questi ultimi beni rispondono meglio di altre categorie alla definizione dei caratteri del territorio che, per effetto di questa interazione, diviene un bene culturale diffuso. Sono frammenti della pluralità di tracce concrete dell’azione umana, manifestazioni della cultura materiale di una specifica società che definiscono importanti fattori identitari, utili ad una migliore comprensione della sua storia. La volontà di conoscenza e fruizione di tali segni costituiscono la ragione della tutela che concretizza la moderna definizione di bene culturale.
Nel 1977 la Sicilia, regione autonoma, vara un proprio provvedimento legislativo la Legge Regionale n. 80/77, “Norme per la tutela, la valorizzazione e l'uso sociale dei beni culturali ed ambientali nel territorio della Regione Siciliana”; nella quale si attua l’attribuzione alla Regione della competenza esclusiva dei Beni Culturali, attraverso le Soprintendenze provinciali articolate per singole sezioni e provvede alla tutela e valorizzazione del patrimonio culturale dell'Isola. In tale provvedimento i beni culturali sono denominati “Beni Culturali e Ambientali” e si introduce in Sicilia il riconoscimento dei Beni Demoetnoantropologici. Benché ritenuti “segni” della cultura tradizionale tuttavia, questa variegata tipologia di beni, necessita di una propria perimetrazione poiché nella legge non era adeguatamente definito il concetto di “patrimonio dei beni etnoantropologici”; per giungere ad una corretta esplicitazione si fece ricorso alla collaborazione scientifica degli istituti di antropologia culturale delle università siciliane. Furono quindi avviate ricognizioni sul territorio per giungere all’individuazione di beni di interesse etnoantropologico e alcuni di questi situati nel territorio del comune di Messina, sono stati sottoposti a vincolo da parte di questa Soprintendenza, poiché si è ritenuto di dover preservare tali sopravvivenze di attività agricole o industriali adesso non più operanti, nell’ottica -sopra descritta- di testimonianza di una società, oggi profondamente trasformata nella sua struttura produttiva, e costituiscono le radici di un territorio fortemente mutato. Si tratta di strutture produttive rurali e industriali, alcune delle quali, sono state oggetto di tutela da parte di questa Soprintendenza: palmenti, frantoi, norie, pozzi, mulini, ciminiere, ma anche beni mobili quali ad esempio, i fercoli devozionali della Settimana Santa -le varette- la collezione di pupi del maestro Ninì Cocivera e una parte dell’ampia collezione di pupi del maestro Rosario Gargano.
I beni sopra menzionati, di cui si daranno alcuni brevi cenni, sono stati tutti sottoposti ad un vincolo diretto, attraverso uno specifico Decreto Assessoriale. Tali beni, laddove non tutelati da un specifico Decreto Assessoriale, sono tuttavia tutelati ope legis, poiché individuati per le intrinseche caratteristiche e tipologie dal T.U. dei beni culturali.

Le strutture produttive a Messina

In località Annunziata, si trovano due articolate strutture produttive, un complesso rurale risalente al XIX secolo, sito in contrada Montequaglia proprietà dell’Università di Messina, costituito da diversi manufatti: un palmento, un frantoio, una vasca e la torre di un pozzo. Tale complesso, che documenta una serie di cicli produttivi oggi non più esistenti, è stato oggetto di dichiarazione d’interesse etnoantropologico ai sensi della L.1089/39 e della L.R.80/77 nel 1991.
L’altra struttura è situata in contrada Ciaramita in prossimità del torrente omonimo: tale denominazione è testimonianza dell’attività di fabbricazione di tegole che vi si svolgeva. Si tratta di un edificio rurale ad una elevazione cui è annessa una torre con finestre ogivali a copertura del pozzo ed una senia risalente al XVIII secolo il cui funzionamento in origine era presumibilmente garantito dalla trazione animale, e certamente fino al XX secolo fu affidato ad una caldaia a legna. Il Bene è stato vincolato nel 1990 ai sensi della L.1089/39 e della L.R.80/77.


Il palmento

La vendemmia era uno dei momenti principali della vita agricola poiché coinvolgeva ampi gruppi lavorativi costituiti da familiari e vicini in un’ottica di reciproca collaborazione. Le operazioni che si svolgevano in un periodo compreso tra settembre ed ottobre -in relazione all’andamento atmosferico- iniziavano di buon mattino; i grappoli staccati dalla vite mediante una roncola o un coltello, si ponevano dentro ceste di canne che i raccoglitori tenevano sempre accanto. Una volta colmate, si svuotava il contenuto dentro coppie di piccoli tini assicurate al basto degli animali da soma- che li trasportavano fino al palmento. L’operazione di raccolta durava tutta la giornata tranne per il breve lasso di tempo durante il quale si consumava il pasto.
Nel palmento si eseguivano le operazioni di spremitura dell’uva mediante strutture e attrezzi, destinati alle varie fasi lavorative, in esso contenute: la vasca per la pigiatura, il torchio e la vasca di decantazione. L’uva raccolta veniva travasata dentro la vasca in muratura posta a livello del pavimento e dotata di lati alti almeno un metro. I lavoranti, con i calzoni arrotolati fin sopra il ginocchio, entravano a piedi nudi nella vasca e schiacciavano i grappoli ammassati: il mosto che fuoriusciva si raccoglieva mediante una canaletta in una vasca di decantazione adiacente. Dopo alcune ore il mosto si versava nelle botti travasandolo mediante dei recipienti detti “bagghiola”. Le vinacce erano infine poste nel torchio e pressate ulteriormente per ottenere un mosto detto “serratizzu”. Molto importante ai fini della vinificazione era l’operazione preliminare di bonifica e riparazione delle botti svolta da un mastro bottaio che le ispezionava e riparava all’occorrenza, assicurando la tenuta stagna delle doghe, dalle quali sarebbe potuto fuoriuscire il mosto, e provvedeva se necessario alla bonifica delle muffe che potevano crearsi all’interno della botte mediante.

Il frantoio

La più antica tipologia di frantoio per olive si componeva di due distinti impianti, correlati a due diversi momenti del ciclo produttivo: la macina, adoperata per ottenere la pasta di olive e il torchio, impiegato per la spremitura della pasta di olive per estrarne l’olio. La macina, azionata mediante trazione animale, era composta da due grandi dischi di pietra: una orizzontale concava -detta maidda- che aveva funzione di circuito e una verticale la macina molitoria o molazza, di forma troncoconica,che ruotava sul basamento. Al centro della macina di base vi era un asse verticale collegato al soffitto del locale; sul quale era innestata ortogonalmente un’asta che, all’estremità libera, aveva un giogo al quale veniva legato un animale bendato che, girando intorno alla base, movimentava la molazza.Frantoio - Castanea delle FurieLe olive erano ridotte in pasta dal peso della grande pietra che veniva fatta girare sulla maidda, sotto l’attenta sorveglianza di un operaio che provvedeva tempestivamente a spingere sotto la molazza la pasta che fuoriusciva tra le due pietre fino ad ottenere una opportuna consistenza. La pasta ottenuta veniva quindi sistemata nelle sporte circolari di fibra vegetale che venivano impilate sotto il torchio e sormontate in cima con un piano di legno detto bajardu: qui, mediante la compressione si otteneva l’olio. La struttura del torchio consta di due grandi viti senza fine, due madreviti con fori di alloggiamento, e una panca pressoria. Inserendo negli alloggiamenti delle stanghe e facendo ruotare le madreviti si otteneva la loro discesa lungo i vitoni e la compressione della panca pressoria; per facilitare la spremitura le sporte erano irrorate con acqua calda. L’olio si raccoglieva dentro una bacinella di pietra dotata di deflusso e quindi confluiva dentro una tinozza interrata in una fossa scavata dinanzi al torchio.
Il “mastru ‘i conzu” a questo punto, separava l’olio dall’acqua: con una sassola asportava lo strato d’olio che galleggiava sull’acqua. L’ultimo olio rimasto, meno pregiato, era raccolto con la “sponza” cioè il fiore di canna che è di natura spugnosa. La parte rimanente detta morchia “‘a murga” era utilizzata per la produzione di sapone mentre la sansa, “u nuozzulu”, era reimpiegata come mangime per animali da cortile o come materiale per riscaldare la base del forno. Dopo la spremitura delle olive, l'olio trasportato dentro gli otri veniva conservato, in giare di terracotta smaltata e si attingeva con un mestolo metallico con lungo manico “u ramaiolu”. Ogni due anni, era necessario travasare l'olio perché sul fondo dei recipienti si depositavano residui (la cosiddetta fiezza).

Senia

Per provvedere in maniera costante ed estensiva alla coltivazione dei terreni è indispensabile un costante approvvigionamento di acqua e sebbene sia diffusa la presenza di numerosi torrenti nel territorio siciliano che però, proprio per il carattere temporaneo della loro portata, strettamente dipendente dalla piovosità del periodo, non costituiscono una risorsa affidabile. Nel X° secolo però, durante la dominazione musulmana della Sicilia, si assistette ad un balzo tecnologico che garantì lo sviluppo delle tecniche agricole e la diversificazione delle specie vegetali coltivate, molte delle quali introdotte dal medio oriente. La tecnologia importata dai musulmani, che permise un’ottimale captazione e distribuzione irrigua fu proprio quella della noria o “senia” -termine di derivazione araba che significa “ruota idraulica”. La noria è una struttura formata da un volume circolare alto alcuni metri, di forma tronco conica, realizzata in pietra e mattoni, posta intorno ad un pozzo. All’interno di quest’ultimo è posizionato il meccanismo di sollevamento delle acque che consta di due ruote – una posta in basso a livello del suolo e l’altra all’imboccatura- sulle quali scorre una cinghia alla quale sono fissati i recipienti che attingono l’acqua portandola dal fondo del pozzo alla quota più alta. Alla ruota superiore è collegato un meccanismo che trasmette il moto impresso dall’animale durante il suo percorso intorno al pozzo. L’azionamento infatti avveniva mediante trazione animale, generalmente un asino o un bue, che girando intorno al pozzo sulla sommità della struttura tronco-conica, faceva scorrere la cinghia a cui erano assicurati i recipienti, nziri i sena, che attingevano l’acqua trasportandola in superficie e la sversavano su un canale che la convogliava fino ad una vasca di raccolta detta ‘a gebbia.

La vasca d’irrigazione

La vasca di raccolta dell’acqua “a gebbia”, -dall’arabo gabiyah o jabia che significa “cisterna”- è ancor oggi utilizzata nelle campagne per l’accumulazione dell’acqua attinta da un pozzo. In genere si sviluppa su una pianta quadrata e presenta sulle murature d’ambito due aperture per il deflusso dell’acqua: una posta a metà altezza e la seconda alla base; da queste aperture di diramano i canali in muratura -le saje- che distribuiscono l’acqua agli appezzamenti di terra coltivata; talvolta al centro della vasca vi è una colonna a sezione tronco piramidale e le pareti della vasca, che possono essere alte oltre i 2 metri, all’interno sono solitamente rivestite in malta di cocciopesto per garantirne l’impermeabilità. Da qui, tramite un sistema di canali l’acqua arrivava agli terreni coltivati; fino agli anni ’50 l’acqua, sollevata mediante una noria a trazione animale, veniva convogliata entro questo serbatoio per essere poi utilizzata rapidamente nelle operazioni di irrigazione.


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Messina - per ulteriori informazioni - cfr. all'URL

Messina e lo Stretto sono una cosa sola. Lo Stretto è incontro di mari che si fanno fiume; di alti monti e lagune che stringono un mare ribollente tra gorghi, impossibile da imbrigliare.
Luogo fatto di luce e d’acqua che scorre cangiante in direzioni opposte, simile a un fiordo nordico dove il vento non ha mai pace e il mare si insinua blu e profondissimo. Messina domina questo spettacolo incantato avvolta nei suoi colori mai uguali; essa è crocevia di un traffico intensissimo da e per il continente, e anche per questo non è città che si sveli agli occhi del turista distratto.
Occorre visitarla con la curiosità colta dei viaggiatori d’altri tempi, allora essa svela una straordinaria ricchezza d’arte, di civiltà e di tradizioni. Una cena indolenza (che è fatale in una popolazione abituata a veder più volte, nel corso dei secoli, distrutto dalla furia della natura e della storia quasi tutto ciò che ha costruito) è tipica dell’atmosfera di questa città. Messina considera del tutto scontato il fatto di possedere uno degli scenari più belli al mondo, così come non ostenta i preziosi tesori d’arte custoditi nelle sue chiese, e nei suoi palazzi.
Occorre perciò, al visitatore, uno spirito indagatore e la voglia di ricostruire come in un mosaico i
tasselli di un passato glorioso.
Un soggiorno a Messina, infine, risulta strategico per chi voglia agevolmente scoprire la più parte dei luoghi affascinanti che le fanno corona appena oltre il mare o nell’entroterra.
In poco tempo si raggiungono Taormina e Milazzo, Tindari e le Isole Eolie, il versante nord dell’Etna e i boschi dei Nebrodi.
I greci di Calcide in Eubea, guidati da Periere e Cratemene, pongono in riva allo Stretto Zancle, una delle prime colonie d’occidente (sec.Vlll a.C). Presto la zecca cittadina inizia a battere monete tra le più antiche al mondo, avviando una consuetudine mantenuta fino al set. XVII. L’originaria popolazione di Zancle viene però sopraffatta da altre genti provenienti dalla greca Messenìa, ed è così che il nome del sito muta in Messene (secV a.C.). Tale nome resiste fino a quando la città viene occupata dai Mamertini, mercenari campani già al soldo di Siracusa (sec.III a.C.). Roma, chiamata in Sicilia da Messina, origine della prima Guerra Punica, vi si lega con uno speciale trattato facendo di Messina (questo il nome romano) un porto militare e un attrezzato scalo commerciale. Da questo antico stato di cose accentuatosi sempre più nel Medioevo, Messina trae una speciale condizione economica e una fisionomia politica particolare che la portano a divenire una sorta di città-stato, analoga a un libero Comune dell’Italia centro settentrionale. La città e il suo territorio sono gli ultimi a cadere nelle mani degli arabi nel IX secolo e i primi a liberarsene grazie al Gran Conte Ruggero il Normanno che, nel 1061, da qui muove alla riconquista di tutta la Sicilia. I primi re normanni fondano il palazzo reale di Messina e il monastero del SS. Salvatore, attrezzato con un importantissimo “scriptorium” in cui si producono e conservano preziosi codici: segni di prestigio e cultura, rispettivamente, alla base della fisionomia autonomistica della città rispetto al regno di Sicilia e dell’insofferenza per il ruolo egemone di Palermo nell’Isola. Con le imprese oltremarine connesse alle Crociate, Messina, ulteriormente fortificata da Riccardo Cuor di Leone, è un porto fondamentale per il viaggio delle armate occidentali in Terra Santa. Vi fioriscono i commerci e suoi mercanti fonderanno una “loggia” in Medioriente. In un crescendo interrotto solo dalle vicende del “Vespro” nel XIII secolo, Messina giunge al periodo d’oro della sua storia: tra il Quattrocento e la fine del Seicento. L’Umanesimo fiorisce con il grande Antonello, il grecista Costantino Lascaris, il geniale Francesco Maurolico, il matematico Giuseppe Moleti, il Montorsoli e tante altre personalità attive nella fiorente città. A tal segno giunge la ricchezza di Messina nel corso del XVII sec., che essa, ormai sede vicereale in cui il Viceré ha l’obbligo di soggiornare per almeno metà dell’anno, propone alla corona di Spagna l’acquisto dell’intera Sicilia orientale, in contanti, per istituirvi un vicereame a sé stante. La Spagna, nell’intento di ridimensionarne la potenza finisce per scatenare la reazione sotto forma di quattro anni di guerra (1674-1678). Messina, prima assistita da un corpo d’armata inviato in soccorso da Luigi XIV di Francia (il “re sole”) e poi abbandonata nell’impari lotta, alfine soccombe. Ancora uno sprazzo di luce vive la città nel Settecento dando, tra l’altro, i natali al grande architetto Filippo Juvarra ma un gran terremoto, nel 1783, la abbatte di nuovo. Di nuovo risorge e partecipa ai moti risorgimentali dell’Ottocento ribellandosi, prima in Italia, il primo settembre 1847. Un altro catastrofico sisma, nel 1908, vibra un colpo mortale alla città.
Quasi 70.000 cittadini muoiono… Messina rinasce ancora, questa volta nelle vezzose forme dell’architettura eclettica dei primi del Novecento, ma l’ultima prova le tocca in sorte sotto forma di devastanti bombardamenti alleati, nell’estate del 1943.


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