SOPRINTENDENZA BCA
DI MESSINA

Territorio provinciale di competenza

Quadro riepilogativo delle attività istituzionali relative al Comune evidenziato sulla mappa

 

 

 

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Milazzo

Milazzo

  Milazzo

Antiquarium

Museo archeologico, via Impallomeni - tel. 090 9223471
Iingresso gratuito
Orari di visita: lunedì dalle 9 alle 14 - da martedi a sabato dalle 9 alle 19 - domenica e festivi infrasettimanali dalle 14 alle 19.


Beni Demoetnoantropologici

UO 4

Il ricchissimo patrimonio culturale siciliano annovera una gran quantità di beni demoetnoantropologici. Si tratta di un vasto universo di oggetti, pratiche, riti, tecniche e tecnologie che hanno fortemente connotato uno specifico territorio per il loro peculiare “carattere identitario in grado di veicolare valori e memoria”.
Tale patrimonio di beni, rimasto sostanzialmente integro fino al primo dopoguerra, è stato oggetto di studio e tutela e oggi, attraverso una moltitudine di iniziative, sia da parte degli enti preposti alla tutela sia per iniziativa privata, trova una propria ragion d’essere proprio per quel tentativo di “recuperare” le variegate identità territoriali della Sicilia. A questi beni infatti, viene affidato dalle specifiche comunità, il compito di rappresentare la loro storia più vera poiché appartenente alla maggioranza della popolazione e non espressione di una elite.
Nel territorio di Milazzo insistono molte testimonianze di tale tipologia di beni che negli anni sono stati oggetto di studio o sottoposti a tutela da parte di questa Soprintendenza. Numerose sono infatti le strutture produttive connesse a cicli lavorativi: frantoi, palmenti, magazzini, tonnare, senie, pozzi a vapore, ma anche un vasto patrimonio oggettuale che, proprio per la sua natura contribuisce in maniera specifica alla valorizzazione e visibilità della storia di un territorio che possa essere quella di un’appartenenza identitaria.
Proprio sentendo la necessità di tramandare l’identità del luogo è stata raccolta ed esposta -da parte della Società di Storia Patria- un’ampia collezione di etnoreperti dedicati alla pesca e lavorazione del tonno, attività molto fiorente nel territorio milazzese fino al 1965.
Presso i locali dell’ex carcere femminile, in via Impallomeni è ubicato il Museo Etnoantropologico e Naturalistico “Domenico Ryolo” (galleria foto) che ospita una cospicua collezione di reperti destinati alla cantieristica navale vincolati con D.A. n. 1230 del 27 marzo 2017. Tale interessante patrimonio oggettuale, proviene interamente dalla bottega dei fratelli Providenti che esercitarono la loro opera di mastri d’ascia in contrada Acqueviole a Milazzo fino al 1973 quando cessarono la propria attività. L’improvvisa e definitiva chiusura ha permesso la conservazione integrale del corredo di attrezzi e manufatti necessario allo svolgimento dell’attività produttiva, rimasti abbandonati per diversi decenni. Da questa “cristallizzazione temporale” il ricco patrimonio di attrezzi, testimonianza di attività e maestranze ormai scomparse in quella zona, fu tolto dalla Società di Storia Patria che ne recuperò ogni suppellettile – dal banco di lavoro, agli strumenti, all’archivio- e nel 2013 ottenne la concessione gratuita dei locali comunali dall’Assessore pro tempore, al fine di allestire un’esposizione per supportare i turisti in visita a Milazzo. Tale allestimento è stato realizzato dai membri della Società grazie alla cessione in comodato d’uso dei beni da parte degli eredi Providenti e dei signori Padalino, Del Bono e Lopes.
Il Museo si articola in varie sale: quella dei garbi, quella degli utensili e la sala della tonnara. Tutti i reperti qui conservati sono stati oggetto di una campagna di inventariazione finalizzata al vincolo per la straordinaria testimonianza -soprattutto in termini di completezza- dell’attività lavorativa tenendo anche conto che la loro preservazione durante i decenni di “dimenticatoio” nel quale erano caduti li rende -nel loro insieme- maggiormente pregnanti per uno studio delle attività locali. Oltre agli oggetti destinati alla lavorazione del legno: pialle, trapani, succhielli, seghe, martelli, chiodi, ecc. troviamo anche quelli che sono di meno frequente reperimento quali i “garbi”. Si tratta di seste cioè sagome di riferimento, ricavate da disegni e riprodotti in grandezza naturale utilizzate per la sbozzatura dei vari elementi della struttura dello scafo. All’interno del Museo ne sono conservati circa una quarantina -testimonianza dell’intensa attività dei fratelli Stefano e Giovanni Providenti- destinati alla costruzione di differenti tipi di imbarcazione: dal paliscarmo per la pesca del tonno, alla lancia utilizzata per altri tipi di pesca; su molti di essi è ancora visibile il nome del committente scritto a matita con l’indicazione delle misure richieste espresse in palmi. Il Museo conserva inoltre un cospicuo numero di oggetti utilizzati per la riparazione delle barche: attrezzi per il calafataggio, carrucole, minio, trapani, pitture e perfino il vestiario degli operai che lavoravano nella bottega. L’attività di riparazione veniva svolta dal cantiere navale durante il periodo tra luglio e febbraio maggiormente quando le reti delle tonnare non erano ancora in acqua. Assieme a questi oggetti strettamente connessi alla realizzazione o riparazione, sono presenti numerosissimi documenti della bottega: note spese relative all’approvvigionamento dei materiali destinati alla realizzazione degli scafi, schizzi di imbarcazioni, registri contabili, fotografie e tutto quello che in molteplici anni di attività era stato accumulato nella bottega.
Complementare al lavoro dei maestri d’ascia era quello delle tonnare: opifici nei quali si provvedeva alla pesca e lavorazione dei tonni che hanno avuto grande valenza nella società siciliana visto il coinvolgimento di intere comunità e differenti maestranze: mastri d’ascia, pescatori ed operai. Tale attività si articolava in fasi e periodi differenti; tra marzo e giugno venivano posizionate le reti e, dopo la cruenta mattanza, si svolgeva tutto il ciclo della trasformazione del tonno: bollitura, salagione, inscatolamento.
Associato a questi momenti lavorativi è presente anche un ricco patrimonio immateriale di canti, credenze, preghiere e devozioni che costituiscono “espressioni di identità culturale collettiva”.
Nel Museo sono presenti, oltre agli attrezzi della bottega Providenti, anche utensili connessi alla pesca del tonno ed al successivo ciclo lavorativo: robusti ganci usati per appendere i tonni pescati, mannaie usate per decapitarlo e poi secchi, reti, coltelli e un gran numero di barattoli, adesso vuoti, provenienti da altre tonnare che probabilmente erano usati in forma di pagamento mediante baratto. Questi arnesi anch’essi sottoposti di vincolo sono stati raccolti grazie a differenti donazioni e provengono – almeno in parte- dalla tonnara del Tono di Milazzo.


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Milazzo - cfr. all'URL

A Milazzo, come su tutta l’Isola, giunsero, si fermarono e scomparvero le più disparate civiltà; e qui, come altrove, tutti lasciarono magnifici e splendidi segni della loro presenza, a cominciare dagli abitatori d’età neolitica.
Sicché a Milazzo i rinvenimenti archeologici spaziano dalle quattro necropoli (età del bronzo e del ferro ed età greco-romana) ai reperti dell’insediamento greco e romano e poi ancora bizantini, arabi e normanni, angioini e spagnoli, fino alle memorie d’età risorgimentale.
Di Milazzo si parla tra il IX e l’VIII secolo a.C., ovvero fin dall’epoca della colonizzazione greca. In età romana il nome della città è legato, tra l’altro, alla splendida vittoria che le navi, dotate di “corvi” , del console Caio Duilio riportarono, nel 260 a.C., sui cartaginesi.
Sotto i bizantinì, Milazzo fu tra le prime sedi vescovili della Sicilia. Venne poi espugnata dagli arabi che la fortificarono e ne fecero importante centro commerciale ed agricolo.
A tale periodo, tra il 976 e il 1100, risale il suggestivo Castello che subirà modifiche in epoca normanna, sveva e aragonese. Oggi quelle vetuste mura accolgono, per via di un capiente anfiteatro, spettacoli e concerti d’alto livello.
Col succedersi dei secoli, si avvicendano a Milazzo i personaggi che hanno fatto la storia: da Ruggero il Normanno a Federico II di Svevia, ad Alfonso d’Aragona; e poi ancora a Carlo d’Angiò.
Una passeggiata nella città culturale pone a contatto con i ruderi del trecentesco palazzo dei Giurati e il Duomo seicentesco; alla metà del XVI secolo risale la cinta muraria spagnola. Parecchie le chiese milazzesi degne di una non fugace visita, a cominciare dal Santuario di S. Francesco da Paola e quello di S. Antonio da Padova.
Forse fu qui che Ulisse naufrago incontrò il mitico ciclope ed è forse questa la terra dove, secondo la descrizione omerica, pascolavano gli armenti del Dio Sole. Milazzo tra mito e storia, al di là di una antica rivendicazione che ha agitato tante località desiderose ed orgogliose d’essere identificate come luogo toccato dall’errabondo re di Itaca, vanta comunque le sue vetuste origini. I riferimenti storici degli antichi cronisti, tra i più autorevoli, fissano la sua fondazione ad opera dei greci nel 716 a. C., ovvero nell’epoca della prima colonizzazione della Sicilia.
Per tanta longevità e per origini così nobili, quella che fu dagli antichi chiamata “Aurea Chersoneso” era terra ricca di vegetazione; acque e verde riempivano le ridenti e fertili pianure ed un clima mitissimo sulle sponde del Tirreno favoriva, secondo le leggende, il soggiorno degli dei dell’Olimpo.
La “penisola del Sole” costituiva un punto d’approdo per raggiungere le “settesorelle” le magiche isole dove, con Eolo, dio del vento, abitavano ninfe, satiri giocondi e sileni vogliosi di vino e di appetitose fanciulle.
Di quel mondo di favola, eden pagano ed insieme aspirazione ideale di comunità che sapevano fantasticare, oggi rimane, a dispetto dell’avanzata, spesso devastante, del progresso, un sapore indistrutto. Sì, è passata la civiltà industriale, ma non ha cancellato quel che rimane immortale, ovvero la poesia, il mito, la bellezza e il fascino del paesaggio, le tracce della storia.
E le isole del Dio sono ancora lì, ombre fuggenti nelle notti chiare e negli assolati mattini d’estate, quando la foschia è nebbia di sogno.
Quel promontorio che si allunga sul mare deve averlo plasmato di certo un Dio, forse Eolo stesso che vi soffiò sopra aure vitali; un dio come quello biblico che afferra una manciata di terra e la modella per farne un uomo. Così quella striscia ha l’aria d’essere stata lanciata da sacra mano perché prendesse forma, quella di un dito che vuol indicare che più in là, lontane tra l’azzurro del Tirreno, si ergono bellissime le isole dell’arcipelago eoliano, una sorta di divina segnaletica turistica, la meta per un mistico appuntamento, per una pietà religiosa o una pratica d’amore.
Così forse videro capo Milazzo i primi abitatori dell’età neolitica, presenti per storiche certezze, per i segni tipici che furono propri di quell’età fuori del tempo, oscura e pulsante di vita, misteriosa e affascinante come tutta la preistoria, qui o altrove, con quel carico di indecifrabili avanzi che posseggono la sola certezza dell’incerto.
La millenaria storia di Milazzo comincia nel regno delle ombre, quando la storia non è ancora storia e ci conduce ai giorni nostri, nell’età che viviamo, palpabile e certa.
Il reale di questa terra cade sotto gli occhi di tutti, soprattutto del gran mondo che si muove, che gira, che ricerca mito e storia per rendere gradevole la propria vacanza.
L’Aurea Chersoneso oggi è una perla esaltata dal turismo internazionale.


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