SOPRINTENDENZA BCA
DI MESSINA

Territorio provinciale di competenza

Quadro riepilogativo delle attività istituzionali relative al Comune evidenziato sulla mappa

 

 

 

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Patti

Patti

  Patti

Area archeologica Teatro antico e Antiquarium di Tindari

Villa Romana

Orari ingresso : Dal 01/10 al 15/10 ore 09.00/17.30; dal 16/10 al 31/10 ore 09.00/17.00; novembre e dicembre ore 09.00/16.00
Biglietto singolo intero: 4,00 €.
Biglietto singolo ridotto: 2,00 €
Note: Dal 1 settembre 2015 è istituito il biglietto unico per la visita della Villa Romana di Patti Marina e dell'area archeologica di Tindari (tariffa intera di € 8,00 e ridotta di € 4,00), la cui validità è di tre giorni dalla data di emissione

Area archeologica Teatro antico e Antiquarium di Tindari Villa Romana

Beni Architettonici

U.O.3

Palazzo della Capitania

Epoca: XIV
Comune: Patti
Ubicazione: Via Ospedale
Autore: Maestranze locali
Proprietà: Diocesi di Patti
Vincoli: D.A. N° 8113 del 04/11/1998

Palazzo della CapitaniaIl palazzo conosciuto con il nome di Capitania è ubicato in posizione dominante sulla vallata del Torrente di Montagnareale che si apre verso il Mar Tirreno.
L'edificio è legato storicamente alla gestione del potere giudiziario tramite l'istituzione della “Capitania” voluta dai ricchi feudatari in concomitanza al vuoto di potere verificatosi alla morte di Federico D'Aragona sotto Pietro II e Federico il Bonario.
Nel 1312 il re Federico d’Aragona accettò e ratificò le nuove “Consuetudini” per cui Patti diventò città demaniale, cioè libera da qualsiasi giurisdizione feudale, compresa quella del suo Vescovo. La giustizia veniva affidata ad un capitano che andò a risiedere in quel palazzo che prese per l’appunto il nome di “Capitania”. La capitania di Patti nel 1345 fu concessa da re Pietro II a Blasco d'Aragona il quale volle che si fondasse un palazzo della “Capitania” che fosse una fortezza a difesa della città.
Nel 1361 Vinciguerra d'Aragona ottenne la Capitania a vita ed il titolo di signore di Patti. Al Vinciguerra successe il figlio Bartolomeo, che ribellatosi al re Martino, venne spogliato di tutti i beni e cacciato dal regno. Così, nel 1407, il sovrano cedette l’edificio al Vescovo di Patti Filippo Ferrerio, che lo trasformò in convento delle Clarisse.
Della originaria residenza del Capitano oggi rimangono solo le strutture perimetrali, il massiccio basamento con il portale in pietra arenaria, recante in chiave di volta con lo stemma della famiglia Marziano, delle bifore inglobate nelle murature e delle finestre munite di grate con soglie e piedritti in pietra arenaria.
L'edifico, rimasto a lungo in stato di abbandono, verrà adibito a Museo Diocesano.


Beni Demoetnoantropologici

UO 4

Il territorio di Patti, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, incentrava la propria economia prettamente sulla coltivazione, la pesca e la produzione di ceramiche.
Tracce di queste attività, utili a tramandare “segni della storia sociale” dei luoghi possiamo ancor oggi trovarle sul territorio pattese nel quale insistono edifici ad essi dedicati; alcune di queste strutture superstiti sono state ritenute meritevoli di tutela e sottoposte a vincolo da questa Soprintendenza. Si tratta di edifici produttivi destinati alla lavorazione o trasformazione: un palmento, una calcara, tre fornaci per terrecotte, ma anche una noria o senia e una vasca per irrigazione o gebbia, questi ultimi manufatti a servizio delle colture.
All’interno di villa Pisani (galleria foto), si trova una mostra permanente di ceramiche vincolate di ampia varietà tipologica: piatti con il caratteristico gallo decorativo al centro, giare, contenitori, pentole, vasi, lumi, ed anche le caratteristiche borracce toroidali con manici a nastro, dette “borracce da pellegrino” perché erano solitamente acquistate dai devoti che si recavano al santuario di Tindari.
La produzione di ceramiche conobbe un periodo floridissimo tanto che, mediante una piccola flotta organizzata da armatori locali, le ceramiche pattesi venivano inviate in ogni parte del Mediterraneo; la qualità del pentolame pattese divenne talmente rinomata da divenire sinonimo di qualità e dare origine al detto: “si voi a minestra bbona a pignata havi a essiri i Patti”.Testimonianza di quel periodo d’oro costituiscono le fornaci tutt’ora presenti nel territorio.
La produzione fittile, in realtà è piuttosto diffusa in tutto il territorio dell’Isola sin dall’antichità e vanta alcuni centri produttivi di eccellenza ben conosciuti. Consta di fasi lavorative diverse: preparazione delle materie prime; impasto; modellatura; essiccamento; cottura; smaltatura.
L’argilla è il materiale grezzo - di facile reperimento lungo i corsi d’acqua- che, una volta impastato e modellato secondo una forma prestabilita, viene essiccato e poi cotto ottenendo una vasta gamma di suppellettili che spaziano dalle stoviglie (pentole, coperchi, piatti) agli oggetti d’arredo (statuine, decorazioni da parete) dai contenitori per derrate (giare, brocche, boccali) agli strumenti sonori (fischietti, richiami, ocarine) ma si presta anche alla produzione di elementi destinati alla costruzione (mattoni, mattonelle).
Operazione preliminare al procedimento produttivo era la cernitura dell'argilla per liberarla da inerti (pietre, scorie vegetali) che avrebbero potuto compromettere il risultato finale, e la setacciatura per ottenere una granulometria più fine ed omogenea. Seguiva poi la fase d’impasto, che compattava la massa plastica evitando che si formassero durante la cottura incrinature nel prodotto finito. L’argilla si lasciava stagionare entro gli stazzoni –stazzuni- finché indurendo, assumeva una sufficiente plasticità adeguata per la lavorazione. Il ceramista procedeva, alla modellazione dell’oggetto a mano libera o con stampi o con l’ausilio di un tornio a pedale. Determinante per il risultato finale era la scelta della temperatura di cottura che dipendeva dalla tipologia di oggetti realizzati e variava dai 250° circa fino a 600°. Si procedeva, infine, alla decorazione e smaltatura il cui scopo era -oltre a quello puramente decorativo- quello di rendere gli oggetti meno porosi semplificandone la pulitura. La tecnica decorativa di questi oggetti era sovente l’ingobbio, realizzato mediante l’uso di colori -generalmente degli ossidi- stesi sull’oggetto ancora crudo che successivamente veniva cotto. La smaltatura invece, utilizzando un materiale vetroso opaco, doveva essere applicata sugli oggetti “a biscotto” cioè già cotti, ma ancora grezzi, che venivano infornati per una seconda cottura che permetteva la vetrificazione degli smalti, conferendo lucentezza. Un terzo metodo decorativo delle ceramiche era quello della vetrificazione che, utilizzando materiali generalmente trasparenti, veniva utilizzata come finitura.


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Patti - cfr. all'URL

Diverse sono le ipotesi sostenute sull'origine della città di Patti: alcune fantasiose, altre semplicistiche, altre ancora molto riduttive dal punto di vista storico, ma le recenti scoperte archeologiche dimostrano l’esistenza di un nucleo, abitato ed organizzato, già dall’ VIII -X sec a. C.
A questo periodo risale, infatti, la necropoli di contrada Monte. In parte visibile dalla strada provinciale Patti-Sorrentini, a circa 1 km dalla città, il sito archeologico presenta un'estensione di circa 16 ettari e ingloba parte della contrada Monte e tutta la contrada Valle Sorrentini, ambedue nel territorio comunale di Patti.
La necropoli si estende tra i pendii della collina calcarea fino alla Valle Sorrentini, alle cui tombe si accede mediante un pozzo e scalino. Sul versante est, che guarda verso Patti, è stata notata una lunga scala, larga almeno 3 m e realizzata nella roccia, che porta sulla sommità della collina, dove, sebbene non vi sia alcuna tomba, la presenza di ruderi ,nel pianoro a nord-ovest, ricondurrebbe ad un anaktoron.
E’ possibile che le incursioni dei Siculi e degli Ausoni (XIII-XII sec ) abbiano incrementato la consistenza della popolazione locale a tal punto da rendere insufficiente l'area di contrada Monte e abbiano creato un'altra comunità, ad oriente del torrente Provvidenza, in una porzione di territorio denominata "Epacten" (Έπακτήν) che, risalendo alla etimologia greca sulla sponda, sul promontorio, rimane la tesi più accreditata sull’origine della denominazione “Patti”.
La città si estendeva a sud fino al mare ed era delimitata da due corsi d’acqua, attualmente denominati Provvidenza e Acquafico. Trovano così giustificazione gli affioramenti ellenici a nord dell'attuale ospedale e le "notizie" su altre strutture, venute casualmente alla luce durante i lavori di costruzioni private.
Il nucleo più antico si chiamava Policne, dal greco Πολίχνη, dal quale deriva l’attuale denominazione del quartiere Polline, incrementatosi, durante il periodo di maggior prosperità e di pace che la zona godette, dopo la vittoria di Timoleonte, nel IV sec a. C.
Nel centro storico, nel corso di alcuni lavori di scavo, sono venute alla luce anforette, alcune delle quali finemente decorate, materiale lapideo di riutilizzo e cocci di terracotta, risalenti a vari periodi.
Con la scoperta della Villa Romana, si ha un’ulteriore conferma che la zona era interessata da insediamenti abitativi per il periodo che va dal III sec. a. C. al X sec. d. C. Sotto le strutture romane della Villa del I sec. d. C. sono venute alla luce opere murarie di epoca precedente, per cui il complesso monumentale vede sovrapposti ben quattro periodi, senza contare la chiesetta di Sant'Erasmo: il pre-romano verosimilmente ellenico; il romano del I sec. d. C.; il romano del IV sec. d.C. e il bizantino. I reperti rinvenuti provano che la Villa è stata abitata, anche se parzialmente, fino al X-XI sec. d. C.; successivamente è presumibile che le incursioni dal mare, abbiano spinto gli abitanti a rifugiarsi in un’ area più sicura, quale poteva essere la città di Patti, ormai fortificata.
In questo contesto è fondamentale introdurre la storia di Tindarys, frazione di Patti , strettamente legata a quella del territorio nonché della Magna Grecia. La fondazione di Tindari, fatta risalire dagli storici al 396 a. C., fu voluta da Dionisio, tiranno di Siracusa, il quale, volendo creare un posto fortificato e strategico per fronteggiare eventuali incursioni dei Cartaginesi,vi inviò, alcuni Greci che avevano trovato rifugio a Messana e che erano, in gran parte, Locresi e Messeni, con una sparuta presenza di Medmei.
La denominazione di "Tyndaris" si fa risalire ad eventi mitologici. I coloni greci, infatti, erano particolarmente devoti ai Dioscuri, Castore e Polluce , secondo la leggenda, figli di Giove e di Leda, moglie di Tindaro re di Sparta e altresì chiamati Tindaridi. Ciò ha indotto i fondatori della colonia a denominare la regione Tindaride e la città, alla quale faceva capo, Tyndaris. I Dioscuri furono così i protettori della città, come attestano parecchie monete rinvenute durante gli scavi. Altro evento, legato alla mitologia, è quello relativo allo sbarco di Oreste e alla introduzione nella Tindaride del culto di Diana Facellina.
Con la costruzione del tempio di Diana, presumibilmente in contrada S.Cosimo, alla Tindaride si affiancava l’Artemisio, nel quale si trovava il Nauloco. Quest’ultima località era un porto militare, i cui reperti potrebbero essere quelli esistenti in contrada Sipio e sui monti Perrera e Russo.
Poche sono le azioni o gli interventi di Tindari nelle guerre di Sicilia. Comunque le alleanze militari strette dai Tindaritani portarono spesso alla città onori e prosperità.Tra queste si ricorda, nel 344 a. C., il patto di alleanza con Timoleonte, il condottiero della polis di Corinto inviato a Siracusa per liberare la città dalla tirannide. Dalla vittoria di Timoleonte, Tindari godè circa 60 anni di pace , durante i quali si ingrandì e si arricchì di bellissimi monumenti e templi.
All'inizio della prima guerra punica, Tindari si alleò con Cartagine, nonostante il parere contrario della maggioranza dei suoi cittadini, che avrebbero voluto allearsi con i Romani. L'arresto di alcuni eminenti rappresentanti della città da parte dei Cartaginesi fece ribaltare la situazione. Dopo che i Romani conquistarono tutta la costa settentrionale della Sicilia, nel 254 a. C., Tindari, si alleò con essi e così rimase anche durante le altre guerre puniche.
Cicerone, durante la sua visita a Tindari per indagare sulle malefatte di Verre, giudicò la città così prospera e bella da definirla "nobilissima civitas". Contro Tindari, Verre perpetrò uno dei suoi più gravi delitti. Il console volle per sé la statua d'oro di Mercurio, donata alla città da Scipione l'Africano in segno di riconoscenza per la fedeltà, la lealtà e per una fornitura di navi durante la spedizione contro Cartagine del 204 a. C. Non si ricordano altri episodi di portata storica considerevole, eccezione fatta della battaglia fra Pompeo ed Ottaviano avvenuta nel 36 a. C.
Nell’anno 17 d. C. la città fu colpita da un evento tellurico che pare ne abbia fatto precipitare una piccola parte, lato nord, in mare. Plinio il Vecchio, dal 23 al 79 d. C., elenca in Sicilia 63 città importanti, fra le quali evidenzia la prosperità di Siracusa, Catana, Tauromenio, Tyndaris e Messana, tutte colonie romane. Il periodo romano-imperiale segna l'inizio del declino di Tyndaris anche se, nel I secolo, si riscontra un momentaneo riassetto economico con l’edificazione di altre case e la conversione del teatro greco in anfiteatro romano.
Nel IV secolo d. C. il declino accelera inesorabilmente senza interruzione. Risultano edificate case su preesistenti edifici di origine ellenica e, nel tardo impero, si è ricostruita parte della cinta muraria, andata distrutta per fatiscenza, riutilizzando materiali provenienti da edifici abbandonati. Nel periodo bizantino, la città era molto più piccola e priva di quella importanza politico-economica di cui godeva un tempo. Nel IX secolo, gli Arabi ne completarono definitivamente la distruzione, costringendo i pochi abitanti ad emigrare in altri siti, compresa Patti, ormai fortificata.
Tornando a questa località, i recenti restauri della Basilica Cattedrale e della Chiesa di S. Ippolito hanno portato alla luce reperti di costruzioni che coprono il primo millennio.
Lo storico Vito Amico, nel Lexicon Topographicum Siculum, sostiene che il nucleo abitato di Patti esisteva al tempo dell'imperatore Traiano, cioè nel II sec. d. C.
Con bolla del 1094, il gran conte Ruggero d'Altavilla fondava a Patti il monastero del SS. Salvatore e conferiva la nomina di abate ,con funzioni vescovili, al frate benedettino Ambrogio, già reggente il monastero di Lipari.
Nel 1115, amareggiata per l'immane delusione avuta dal suo secondo sposo, si ritirò a Patti la regina Adelasia, moglie del gran conte Ruggero e madre di Ruggero II, primo re di Sicilia. Adelasia, figlia di Manfredi, marchese del Monferrato, sposò Ruggero d'Altavilla, giunto al terzo matrimonio. Dal matrimonio nacquero due figli: Simone, deceduto a soli 10 anni, e Ruggero.
Rimasta vedova, Adelasia regnò saggiamente sulla contea di Sicilia e Calabria fino al raggiungimento della maggiore età del figlio Ruggero; stabilì la capitale a Palermo e, seguendo l'insegnamento del marito, tenne sotto controllo le conflittualità fra i nobili e le componenti religiose di rito bizantino e latino, dando alla Sicilia un periodo di grande prosperità e pace.
Quando, nel 1112, decise di unirsi in seconde nozze con Baldovino, re di Gerusalemme, con l'impegno che, se non fossero nati figli, il regno sarebbe andato a Ruggero, iniziò il suo declino e più che altro la sua infelicità. Dopo due anni dal matrimonio, Baldovino fu costretto a sciogliere un voto in punto di morte e Adelasia scoprì che era già sposato e che, in virtù di quel voto, la moglie legittima doveva riprendere il proprio posto. Adelasia, truffata, derubata delle immense ricchezze che aveva portato in dote, affranta dal dolore per la grave delusione subita, non ebbe il coraggio di rientrare alla corte di Palermo e stabilì la sua residenza a Patti.
Adelasia morì nel 1118 e, per sua scelta, fu sepolta in una cappella del monastero. Oggi la sua sepoltura si trova nella Cattedrale in un sarcofago rinascimentale, ubicato nella cappella di Santa Febronia.
Nel 1197 moriva Enrico VI, incoronato re di Sicilia dall'arcivescovo di Palermo Bartolomeo Offmil, dopo la morte di Tancredi, ultimo erede della dinastia Normanna. Essendo ancora minorenne il futuro Federico II, fu nominato reggente del regno di Sicilia il conte di Brenna.
Grazie alla buona politica del vescovo di Patti, Stefano, gli Svevi instaurarono buoni rapporti con la Chiesa pattese, a tal punto che il conte di Brenna, ancora nella sue funzioni, credette opportuno far visita al Vescovo Stefano . Il Conte, durante questo soggiorno, morì a seguito di un intervento chirurgico , costretto dai violenti dolori provocati da calcoli renali.
Nel 1208 Federico II si insediò ufficialmente ,con pieni poteri, quale Re di Sicilia;con una politica energica riprese, in pochissimi anni, il controllo del regno e punì i ribelli ed i più riottosi. Fra le vittime della repressione, vi fu l'abate di Naso, Guerras, che fu spogliato di tutti i suoi beni, a favore del Vescovo di Patti. Quindi, Federico donò alla Chiesa pattese i possedimenti della chiesa di San Lorenzo di Carini e il casale della Rocca di Misilmeri, completa di villani e terre coltivate.
Con la sconfitta di Corradino, avvenuta il 23 agosto 1268 a Tagliacozzo, si concluse la dinastia Sveva in Sicilia ed iniziava la dominazione angioina. L’inizio di questa nuova era fu per Patti particolarmente vivace per via dell’azione del vescovo Bartolomeo Varellis. Per i continui tentativi di riacquisire il potere temporale sulla città nominando giudici e ufficiali cittadini, nonché per la volontà di imporre decime ai pattesi, si attirò l’ira di Manfredi prima, l’inimicizia di Carlo D’Angiò dopo e le antipatie dei suoi stessi concittadini. La tensione fu tanta che Manfredi lo cacciò da Patti e lo sostituì con l’antivescovo Bonconto di Pendenza.
Nel 1266, dopo la conquista della Sicilia da parte degli Angioini, il Varellis rientrò in città, sperando di ottenere dal nuovo re quel potere temporale, tanto ricercato in precedenza. Ma Carlo d’Angiò, vedendo di buon occhio la laicità della popolazione, rigettò le richieste del Vescovo, avviando una lotta contro gli stessi Pattesi che culminò con una serie di scomuniche, emesse prudentemente dalla curia di Messina. Frattanto, in città era scoppiata una rivolta durante la quale alcuni facinorosi assaltarono il castello e diedero alle fiamme alcune case di proprietà del vescovado.
La questione arrivò davanti al Papa che ascoltò il Varellis in presenza di Carlo D’Angiò.
Il Vescovo, che era accompagnato dal domenicano Buongiovanni Marino, pronunciò un discorso, a nome di tutti i siciliani, contro le vessazioni francesi , rimasto famoso negli atti della storia del papato. Il re mostrò di apprezzare l’intervento, ben celando l’astio che nutriva nei confronti del vescovo ma appena fuori dai palazzi papali, i due furono arrestasti dai soldati angioini ed imprigionati. Il Buongiovanni non sopportò la galera e morì poco dopo. Nonostante le scomuniche e le angherie subite, i Pattesi, sempre fieri e generosi, raccolsero un’ingente somma di denaro con la quale corruppero le guardie carcerarie consentendo così la fuga del loro vescovo.
Arrivò a Patti il 30 marzo del 1282, lunedì di Pasqua, proprio il giorno nel quale a Palermo iniziava la rivolta denominata i vespri siciliani. Radunò subito i Pattesi e con un discorso carico di emotività, raccontò loro cosa aveva patito nel carcere a causa dei Francesi. I Pattesi, con l’animo pieno d’odio, insorsero, uccidendo tutti i Francesi che incontravano sulla loro strada. Ma la strage avvenne proprio sulla porta del castello dalla quale dovevano passare gli stranieri per trovare rifugio nel maniero; dal quel giorno, venne chiamata la porta della morte. Per i Pattesi fu anche una sorta di vendetta per le 25000 onze sborsate per agevolare la fuga del loro vescovo dalla carceri romane.
Durante la guerra del vespro, la città di Patti venne fortificata da Pietro d’Aragona per prevenire la riconquista della costa da parte degli Angioini . Fu costruita una possente cinta muraria con 5 porte e 17 torri, delle quali ormai ne rimane soltanto qualche tratto. Per la Sicilia lottarono alcuni Pattesi, rimasti nell’elenco degli eroi isolani, quali Peregrino da Patti, Guglielmo Pallotta, Giovanni De Oddone oltre allo stesso Bartolomeo Varellis. Ma Patti subì anche distruzioni e saccheggi per mano degli Angioini che riuscirono a riconquistarla grazie al tradimento del vescovo Pandolfo che, a sua volta, volle accontentare il Papa Bonifacio VIII e all’ammiraglio Giovanni Loria che nel frattempo, aveva tradito gli Aragonesi. Il primo settembre del 1299, il re Giacomo d’Aragona sbarcò a Patti con una potente flotta; vi rimase per due mesi ospite del vescovo Giovanni II° che seguiva le indicazioni del Papa. Dopo la Pace di Caltabellotta, nel 1303 i Pattesi rientrarono, finalmente, nella propria città che trovarono distrutta.
Con forza e determinazione, loro tratti distintivi,i Pattesi ricostruirono la città e chiesero al re Martino di essere dichiarati liberi da qualsiasi podestà. Il re così approvò le “consuetudini” e dall’11 luglio del 1312, Patti divenne città demaniale. Gli anni che seguirono furono caratterizzati da lotte fra vescovado e autorità civili. Alla Chiesa erano stati sottratti parecchi beni ed i vescovi non riuscivano a prendere possesso della sede. Nel 1345, il vescovo Pietro il Teutonico riuscì ad entrare nel suo palazzo e lo fece trasformare in fortezza per difendersi dagli attacchi dell’ autorità civile e militare della città.
Parecchi sono i personaggi e gli episodi che videro Patti alla ribalta nella convulsa storia della Sicilia. Nel 1535 il vescovo Albertino chiese ed ottenne dall’imperatore Carlo V la conferma dei titoli per la città nonché dell’ indipendenza amministrativa. Ottenne il titolo di “Magnanima” e lo stesso Vescovo fu nominato Presidente del regno.
Altro importante Vescovo fu Bartolomeo Sebastiani che resse la diocesi dal 1549 al 1568. Fu nominato, oltre che Presidente del regno, viceré per la temporanea assenza del titolare. Partecipò al Concilio di Trento, durante il quale indossò un prezioso piviale donatogli dall’imperatore Carlo V.
Vari furono i tentativi di sottrarre alla città beni e la stessa libertà, sempre prontamente riconquistata con enormi sacrifici. Durante la dominazione spagnola, il viceré Ruggero de Paruta per rimpinguire le casse di Alfonso d’Aragona, vendette la capitania a certo Enrico Romano. I Pattesi si opposero energicamente fino al punto di raccogliere i denari necessari e rimborsare al Romano la somma pagata per l’acquisto del titolo di capitano del popolo.
Patti fu così città completamente libera, esente da gabelle e dogane su cose mobili e immobili sia per terra sia per mare; i Pattesi potevano essere giudicati soltanto dai giudici della loro città; non potevano essere banditi da Patti; godevano di diritto di franchigia in tutto il regno. Il re Alfonso, inoltre, concesse alla città di fregiarsi dei colori del proprio casato e del motto “ Tyndarium et Pactarum urbs nobilissima et magnanima”. Era considerata, infatti, la sesta città del regno per ricchezze e benessere.
Patti, città ricca, fu presa di mira anche dai pirati. Nel 1544, Ariademo Barbarossa con trenta triremi sbarcò sulla spiaggia di Patti e mise a ferro e fuoco la città, nel frattempo gli abitanti si erano messi in salvo, rifugiandosi nelle campagne. Quando i pirati turchi si furono ritirati, lasciarono solo rovine. I Pattesi, per l’ennesima volta, ricostruirono la città, rendendo le mura ancora più robuste .
Per rimpinguare le casse della corte spagnola, in guerra con la Francia, si misero in vendita titoli nobiliari, creandone persino di nuovi. Così nacque il titolo di duca di Montagna, marchese di Sorrentini e principe di Patti. Il titolo fu acquistato da un signorotto di Messina, certo Ascanio Ansalone, ben ammanigliato nell’alta società, per 20.000 onze. Ma, mentre gli abitanti di Montagna cedettero alle sue false promesse e persero la libertà, per 4000 ducati, i Pattesi non gli consentirono di entrare in città. Dopo 14 anni di lotte, anche armate, riuscirono a riscattare la propria libertà, versando al re di Spagna le 20.000 onze.
Patti mantenne la condizione di città demaniale e il titolo di principe di Patti rimase solo sulla carta e fu venduto a varie famiglie.
In ricordo della riacquistata libertà, ogni anno l’ultimo sabato di maggio, le autorità civili sogliono consegnare le chiavi della città alla Bruna Madonna del Tindari alla quale si erano raccomandati in quei tristi frangenti.
Il 5 luglio 1661 venne introdotto il culto di S.Febronia, concittadina e martire del IV sec. che venne così proclamata patrona della città. Nella serata dell’11 gennaio del 1693, la Sicilia orientale venne interessata da un violento terremoto che distrusse interi paesi, specie nella parte sud-orientale.
I morti furono centinaia di migliaia. Anche Patti subì ingenti danni. I più colpiti furono la Cattedrale e i grandi palazzi. Vennero distrutte completamente l’ultima elevazione della torre campanaria, caratterizzata dalle aperture a trifore, le tre absidi coeve e identiche a quelle del duomo di Cefalù, la volta e le cappelle laterali. I canonici, riuniti nel coro, si salvarono perché l’orologio del campanile, stranamente, segnava l’ora in avanti di mezz’ora e così poterono uscire prima dei crolli. La torre era stata costruita dal vescovo Gilberto Hisfar nel 1588.
Per l’ennesima volta, i Pattesi ricostruirono la loro città.
Nel 1713 termina il dominio spagnolo e il Duca Amedeo di Savoia fu nominato re di Sicilia . Frattanto la Spagna si riorganizzò per riconquistare la Sicilia e nel 1719 fece partire da Napoli un esercito di 18.000 soldati che, sbarcati a Patti, impegnarono le truppe austriache a Francavilla. In conseguenza di tale vittoria, la Sicilia rimase per 14 anni sotto il dominio austriaco.
Nel 1734 i Borboni conquistarono Napoli e la Sicilia : Carlo III fu nominato re di Sicilia il 3 luglio del 1735 a Palermo.
Dopo la rivoluzione francese e l’avvento di Napoleone, Ferdinando di Borbone si rifugiò in Sicilia e nel 1810 visitò Patti, ospitato del vescovo Moncada. Ferdinando concesse alla città il Senato, in sostituzione dei giurati, con l’onore di vestire la toga. In quel periodo, nelle città demaniali, fu introdotta la carica del Sindaco e fu istituito il consiglio comunale. Patti venne elevata a capoluogo di distretto.
Con il vescovo Moncada riprese l’espansione della città verso nord, iniziata dopo la distruzione del pirata Barbarossa. La frazione Marina subì un notevole sviluppo urbanistico, nacquero nuove attività produttive e si potenziarono tante attività industriali già esistenti. Dal 1825 al 1838 alla diocesi di Patti furono incorporati altri comuni Cesarò, S. Teodoro e Capizzi , che così assunse l’attuale estensione.
Durante il risorgimento, Patti ebbe parte attiva nei moti e ne fu riferimento politico e logistico, tanto che per punire Messina per essere stata la prima città della Sicilia a ribellarsi ai Borboni, gli stessi trasferirono il capoluogo della valle a Patti. Parecchi pattesi furono attivi politici e militari rivoluzionari con Don Pietro Greco Zito, Francesco Accordino, Antonio Ceraolo, Nicolò Gatto Ceraolo e tanti altri affiliati alla carboneria ed alla massoneria. Prima dell’arrivo di Garibaldi , durante la repressione borbonica, la maggior parte dei patrioti pattesi furono arrestati ed imprigionati.
Nel 1859, Francesco Crispi, tenne in contrada Vigna Grande, forse in proprietà Sciacca, una riunione per aggiornare i Pattesi e i rivoluzionari del distretto sull’attività preparatoria dello sbarco in Sicilia.
Nell’aprile del 1860, Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avviarono da Patti un’intensa campagna rivoluzionaria che coinvolse tutto il distretto.
Il 18 luglio 1860 Garibaldi sbarcò a Patti, accolto dal sindaco Giovan Battista Natoli Calcagno e dai rappresentanti dei comitati rivoluzionari. Qui venne a conoscenza della rivoluzione di Alcara li Fusi e prontamente inviò sul posto un drappello di suoi uomini per punire coloro che, in nome di quella libertà da lui stessa proclamata, si erano ribellati alle autorità civili borboniche.
Il 20 agosto del 1860, dopo un rapidissimo processo, sul sagrato della Chiesa di S. Antonio Abate fuori le mura, furono fucilati 12 cittadini di Alcara li Fusi “……colpevoli di eccidio e vittime di antichi soprusi”. Questi, come tanti siciliani, avevano creduto nella liberazione che Garibaldi aveva promesso.
La notte fra il 18 e il 19 luglio, il generale organizzò l’attacco al castello di Milazzo.
Il 18 gennaio 1861, Garibaldi indirizzò al Sindaco di Patti una lettera di ringraziamento per la generosa accoglienza ricevuta dai Pattesi.
Il 4 aprile del 1861 veniva attivato a Patti il comando militare circoscrizionale con sede nell’ex convento di S. Maria del Gesù. Nello stesso anno, veniva insediato il collegio elettorale circoscrizionale con competenza su 13 comuni.
Il 9 di febbraio 1862 venne istituito il tribunale e una sezione della corte di Assise, con competenza sui mandamenti di Naso, S.Agata di Militello, S. Angelo di Brolo e Raccuia.
Patti divenne sede anche di sottoprefettura con giurisdizione su tutta la parte occidentale della provincia di Messina.
Nel 1866, nacque il regio ginnasio. In pochi anni, Patti divenne centro propulsore di cultura. Sorsero altre scuole e collegi per ospitare alunni provenienti sin dalla lontana Mistretta.
Nel 1875, fu inaugurata la villa comunale intitolata al re Umberto I.
Nel 1880, la città venne dotata di acquedotto, fognatura ed impianto di pubblica illuminazione a petrolio.
L’annessione della Sicilia al regno di Piemonte non portò a Patti solo benefici amministrativi ma segnò anche l’inizio del declino industriale. Prima dell’unità d’Italia, erano attivi e fiorenti industrie come quella delle ceramiche d’uso che, da sole, impiegavano circa 2000 addetti, le concerie, le fonderie, le seterie, i molini e i pastifici. Le produzioni pattesi erano conosciute in tutto il mediterraneo e persino in Africa. Era attiva una corposa flotta di bastimenti che consentiva il trasporto ,soprattutto, della ceramica e della pasta. Ancora oggi, si possono ammirare i pregevoli lavori delle fonderie nella recinzioni del monumento di piazza Marconi, della villa comunale e di qualche fontana in ghisa ancora istallata. Oggi non esistono più tracce di queste fiorenti attività, eccezion fatta, per l’attività della ceramica trasformatasi parzialmente in ceramica d’arte, perché le pentole e i “bummuli” sono stati soppiantati da contenitori in altri materiali, meno fragili.
Il secolo XX, quindi, fu caratterizzato non solo dall’impoverimento complessivo dell’economia ma anche da una forte emigrazione come, d’altronde, tutto il meridione d’Italia.
Dal punto di vista storico, vanno menzionate solo la visite di alcuni inviati papali, come il cardinale Ferretti, per verificare l’autosufficienza della diocesi. Negli anni 60, la Curia Romana ridisegnò la mappa delle diocesi italiane e, grazie alla frenetica attività di un grande vescovo come mons. Giuseppe Pullano ( 1958-1978), la diocesi di Patti non subì la soppressione come quelle di Lipari e di S. Lucia del Mela, accorpate invece a Messina. Mons. Pullano, infatti, rinnovò le strutture della curia, ristrutturò il seminario riportandolo all’efficienza di un tempo, lo abbellì ma, soprattutto, diede impulso alle vocazioni ecclesiastiche. Durante la sua amministrazione, si ebbero quasi 200 seminaristi.
Gli interventi di recupero, però, ebbero anche un esito negativo, il parziale crollo e la demolizione successiva di ciò che rimaneva del castello di Adelasia e del palazzo Ursino (1962), ultima testimonianza delle fortificazioni della città.
Il 12 giugno 1988, il Papa Giovanni Paolo II, su richiesta del vescovo dell’epoca mons. Carmelo Ferraro, fece visita alla diocesi pattese, recandosi in pellegrinaggio al Santuario di Tindari.
Oggi, la città di Patti vive di terziario e turismo, conserva le sue prerogative di città di servizi. Per popolazione è terza nella provincia, dopo Barcellona e Milazzo e come centro amministrativo, seconda dopo il capoluogo.
La presenza dei numerosi reperti archeologici ne fa un polo turistico, culturale e storico fra i più importanti d’Italia.

 

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