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S. Marco d'Alunzio

S. Marco d'Alunzio

S. Marco D'Alunzio

Area archeologica di San Marco D'Alunzio


Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di San Marco D'Alunzio - cfr. all'URL

L’antica Alontion greca, divenne Haluntium con i Romani per essere Demenna con i Bizantini, San Marco con i Normanni e nel 1867 prese il definitivo nome di San Marco d’Alunzio.
Il suo stemma è caratterizzato dal leone alato di San Marco che regge tra gli artigli un libro aperto ed una bandiera; il leone simboleggia il forte che scaccia i demoni, guarisce gli ammalati e vince la morte; il libro è il Vangelo di San Marco, nella parte inferiore, è racchiuso tra due rami dorati: uno di alloro che simboleggia la cultura e l’altro di quercia che simboleggia la forza.
Secondo la leggenda tramandataci da Dionigi d’Alicarnasso, l’antica Alwntion fu fondata da Patron dei Thuri che, dopo l’incendio di Troia peregrinando nel Mediterraneo, si spinse insieme ad Enea fin sulle coste settentrionali della Sicilia e, vedendo questo colle, decise di fondarvi una colonia.
Le case di San Marco d’Alunzio sorgono addossate al monte Rotondo, un colle roccioso dei monti Nebrodi, quasi scavate nella roccia stessa.
Il sottosuolo dell’abitato, così come il territorio circostante è costituito da un particolare marmo ricco di venature, largamente utilizzato per costruzioni, rivestimenti e pavimentazioni.
A partire dagli anni sessanta del secolo scorso, le cave da cui viene estratto il prezioso materiale, hanno portato tanto benessere agli aluntini migliorando le loro condizioni economiche.
Il marmo è di un bel colore rosso con venature bianche o anche grigio-azzurro con venature bianche; viene tutt’ora esportato in tutto il mondo e si pensa che la vena estrattiva del marmo rosso di San Marco sia la stessa che giunge fino a Taormina.
A San Marco d’Alunzio, antichissimo paese della provincia di Messina, ventidue chiese, quattro musei, quattro biblioteche ed un tempio greco del IV secolo a.C. dedicato ad Ercole, riescono a suscitare un notevole interesse culturale e turistico.
In questo antico paese che dall’alto dei suoi 548 metri domina la costa tirrenica da Cefalù a Capo d’Orlando e fino alle isole Eolie, le pietre di marmo rosso San Marco, ci raccontano la storia delle genti e delle civiltà che si sono succedute.
Nonostante molti popoli, nel corso dei secoli abbiano tentato di espugnare l’antica città, essa ha sempre saputo resistere agli assedi grazie alla sua posizione strategica che permetteva di localizzare in tempo i nemici ed alla cinta muraria che la proteggeva. Chiese, Monumenti e Musei, insieme all’aria purissima e ai panorami stupendi che l’abitato offre, rendono San Marco d’Alunzio con i suoi circa 2.200 abitanti, un paese da scoprire, visitare, conoscere.
L’illustre passato di San Marco d’Alunzio è sintetizzato in un bassorilievo realizzato negli ultimi anni su una parete rocciosa all’inizio del corso principale dove, abili artigiani hanno scolpito i nomi che i popoli che si sono succeduti hanno dato alla cittadina che è stata: Alwntion per i greci, Haluntium per i romani, Demenna per i bizantini e San Marco per i normanni.
Filarco, grande navarca romano, durante la caccia ai pirati che imperversavano lungo la costa tirrenica, era al comando della nave aluntina. Per volere di Verre, (come ci tramanda Cicerone) la flotta che era composta da navi approntate da Centurie, Segesta, Erbita, Eraclea, Tindari, Haluntium ed Apollonia, era guidata dal siracusano Cleomene il quale, trovatosi al cospetto dei pirati, diede alle navi l’ordine di ritirarsi; nella fuga però, la nave di Haluntium fu presa ed incendiata, il navarca incatenato e successivamente riscattato dai Locresi; in tal modo però, Filarco ebbe salva la vita in quanto Verre fece uccidere tutti gli altri navarchi.
San Marco d’Alunzio, inoltre, ha dato i natali ad un illustre rappresentante della chiesa cattolica: il Cardinale Scipione Rebiba nato il 3 febbraio del 1504 e morto a Roma il 23 luglio del 1577.
Mons. Scipione Rebiba in tempi difficili, ha saputo affrontare con equilibrio e dignità fortune e sfortune, onori e ingiustizie restando comunque, sempre fedele alla Chiesa e disponibile alle sue necessità.
Con la sua vita e con il suo insegnamento è stato indubbiamente un profeta ed un maestro. Appassionato difensore dell'uomo e restio ad ogni forma di schiavismo ideologico e culturale, si impegnò nella difesa della Verità da far risplendere prima di tutto nei comportamenti.
Apostolo infaticabile della pace, si adoperò per quanto poté, alla riconciliazione dell'imperatore Carlo V e del re di Spagna Filippo II, con Enrico II re di Francia.
Propugnatore dell'unità tra i cristiani e critico di ogni irenismo, si spese per la salvaguardia della fede.
Il cardinale Rebiba, mantenne sempre buoni rapporti con il suo paese natale valorizzandone alcuni aspetti ed arricchendo il già vasto patrimonio culturale artistico e religioso di questa Comunità.
In occasione del quattrocentotrentesimo anniversario della sua morte, la piazza antistante la chiesa di Santa Maria dei Poveri è stata intitolata a questo illustre concittadino.
Sulle origini di San Marco d’Alunzio non si hanno notizie certe ma, senza alcun dubbio, alla San Marco preesisteva la bizantina Demenna, a questa la romana Haluntium ed ancora la greca Alwntion; è probabile comunque, che la sua popolazione discenda dai sicani e che la sua fondazione risalga al periodo compreso tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro.
Alwntion, infatti, fu città sicana sia per cultura, che per la sua caratteristica ubicazione: nel IV sec. a.C., già ellenizzata, emetteva monete in bronzo con l’iscrizione in caratteri greci e possedeva nuclei di milizia armata.
Con l’arrivo dei Romani in Sicilia, Alwntion prese il nome di Haluntium e divenne prima città decumana, costretta a pagare un tributo su frumento, orzo, olio e vino prodotti nel suo territorio poi, all’epoca di Augusto, fu Municipium Aluntinorum e dotata di un acquedotto; una cinta muraria in struttura isodoma proteggeva la città alla quale si poteva accedere attraverso quattro porte urbiche.
Di questo periodo ci sono pervenute monete in bronzo, numerose iscrizioni in latino ed un piedistallo in marmo rosso attualmente custodito nel Museo delle Arti Bizantine e Normanne, su cui risultano incise le impronte di una statua, probabilmente quella di Augusto.
Come testimonia Cicerone nelle Verrine, la città di Haluntium, durante la lotta ai pirati, subì la tirannia di Verre che costrinse gli abitanti a portargli fino al mare tutto l’argento cesellato ed il vasellame presente nella città. La produzione di olio e vino pregiati giustifica la formazione di una flotta necessaria sia per la difesa del suo territorio, che per l’esportazione di tali prodotti facendo presumere che la città svolgesse un’intensa attività commerciale.
Nell’età tardo-antica, per la città di Haluntium iniziò un periodo di decadenza dovuto, molto probabilmente, ai terribili terremoti che interessarono la Sicilia ed alle invasioni barbariche.
Nel VI secolo d.C. i Lacedemoniti, lasciata la Grecia, si rifugiarono in Alunzio, cambiarono il loro nome in Demeniti e la città divenne Demenna.
Con i Bizantini Demenna vive un periodo di splendore e prosperità divenendo il Centro principale di tutto il Val Demone sia dal punto di vista culturale che religioso.
Sono tante infatti le chiese risalenti a questo periodo decorate da affreschi di notevole valore che, restaurati, sono oggi custoditi nel Museo delle Arti Figurative Bizantine e Normanne.
Anche gli Arabi furono più volte fermati dai Demeniti, ma alla fine, riuscirono ad espugnare la città e vi costruirono una Moschea nei pressi della Matrice.
Con gli Arabi, l’agricoltura ebbe un benefico influsso perché furono migliorati i sistemi di irrigazione, venne introdotta la coltura di gelso e cotone e furono incrementati i commerci.
Ad Alunzio, il periodo medievale inizia nel 1061 quando i Normanni occupano il suo territorio, lo ribattezzano San Marco e Roberto il Guiscardo vi fa costruire un grande castello ben difeso e fortificato.
Esso, a guardia del quale viene posto Guglielmo de Male, viene eretto sulla cima del monte Rotondo in una posizione strategica tale da permettere il controllo della costa tirrenica da Cefalù a Capo d’Orlando e fino alle isole Eolie.
Questo castello, ai piedi del quale si sviluppa l’abitato, dal 1090 al 1112, diviene la residenza degli Hauteville, in modo particolare di Adelasia, madre e reggente di Ruggero II, ma è anche un luogo sicuro tanto che in seguito, vi si rinchiudono i cospiratori più importanti della congiura contro il cancelliere Stefano de Pérche.
A partire dal 1081 San Marco pur passando sotto la giurisdizione del Conte Ruggero, non diviene feudo, ma resta alle dipendenze del Regio Demanio. Alla fine del XIII secolo San Marco passa a Garcia Sancio de Esur.
Nel corso del XIII e del XIV secolo, vi coesistono una fiorente comunità ebraica composta da 350 anime, un nucleo latino ed uno greco.
Intorno al 1320 re Federico concede San Marco al fratello Sancio d’Aragona e dopo alterne vicende, il 2 settembre del 1398, re Martino la concede ad Abbo Filingeri, figlio di Riccardello signore di Licodia e Montemaggiore che in tal modo viene ricompensato dal re Martino per i servigi resigli fin dal 1392.
Nel 1396 Abbo viene armato cavaliere, nel 1397 è Alcade di Cefalù e nel 1398 ottiene San Marco in cambio di Isnello che aveva avuto in concessione l’anno precedente.
Nel 1453 re Alfonso nomina Riccardo Filingeri Conte di San Marco.
Le necropoli finora note a S. Marco d’Alunzio risalgono al periodo compreso tra la fine del IV secolo a.C. agli inizi del II ed occupano due vaste aree una in via Cappuccini e l’altra in contrada S. Marina.
La prima occupava quella che, in origine era una collinetta circolare, tronco-conica, prima inglobata nel giardino del Convento dei Frati Minori Cappuccini.
Negli anni 1978 e 1979 esplorando un lembo di questa necropoli, vennero scavate 47 sepolture, databili tra la fine del IV e il II secolo a.C. tutte con orientamento N-S; le inumazioni erano sovrapposte l’una all’altra, quasi sempre prive di copertura. In una di questa tombe priva di corredo vascolare, è stato rinvenuto uno strumento musicale a corde, il trigonon, di cui restano labili tracce, mentre in un’altra, risalente alla metà del III secolo a.C., per la prima volta in Sicilia, è stato rinvenuto uno strumento ludico il kòttabos.
Quest'ultimo, è un monumento costituito da una lunga asta, interrotta da un largo disco a metà dell’altezza, la cui sommità era completata da una figurina che sosteneva in equilibrio un secondo disco più piccolo. I concorrenti dovevano lanciare del vino contenuto in una coppa verso il disco posto in alto, in bilico, cercando di farlo cadere su quello sottostante.
Le regole prevedevano che il movimento della mano venisse eseguito a scatto e che l’impugnatura fosse fatta infilando l’indice in uno dei manici, con la base della tazza poggiata sulla parte esterna del polso. Il premio consisteva in una fanciulla, in cibi raffinati, oggetti preziosi, o denaro.
Il gioco si svolgeva durante un pranzo ufficiale o un banchetto nuziale ed i partecipanti erano solo gli uomini perché alle donne non era permesso sedere a tavola.
Tale monumento è attualmente custodito nel Museo della Cultura e delle Arti Figurative Bizantine e Normanne.


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