SOPRINTENDENZA BCA
DI MESSINA

Territorio provinciale di competenza

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Terme Vigliatore

Terme Vigliatore

Terme Vigliatore

Villa Romana San Biagio

Via Nazionale 3, località San Biagio - Terme Vigliatore - tel. 0909740488

Villa Romana di San Biagio – Via Nazionale, 3. Località San Biagio – Terme Vigliatore (ME)
Tel. 090/9740488

Orari ingresso : Da ottobre a maggio solo i giorni feriali dalle ore 9.00 a un’ora prima del tramonto. Da giugno a settembre tutti i giorni dalle ore 9.00/19.00
Ingresso libero


Beni Demoetnoantropologici

UO 4

Sono diffuse in tutta la Sicilia strutture produttive strettamente collegate al ciclo agricolo; tra esse si annoverano frantoi, palmenti, mulini e tutti quegli edifici destinati alla trasformazione delle materie prime. È abbastanza comune trovare ancora, sparse per le campagne, tali strutture, alcune anche di rilevanza storica, particolarmente significative per il loro carattere testimoniale e documentario della storia socioeconomica e tecnologica dell’universo rurale siciliano. Nel territorio di Terme Vigliatore troviamo alcuni di questi manufatti che, proprio in virtù della precedente considerazione sono state sottoposte a vincolo: alcune norie o senie, indispensabili per la captazione dell’acqua, e un frantoio.
Per provvedere in maniera costante ed estensiva alla coltivazione dei terreni è indispensabile un costante approvvigionamento di acqua e sebbene sia diffusa la presenza di numerosi torrenti nel territorio siciliano che però, proprio per il carattere temporaneo della loro portata -strettamente dipendente dalla piovosità del clima- non costituiscono una risorsa affidabile. Nel X° secolo però, durante la dominazione araba della Sicilia, si assistette ad un balzo tecnologico che garantì lo sviluppo delle tecniche agricole e la diversificazione delle specie vegetali coltivate, molte delle quali introdotte dagli arabi stessi. La tecnologia importata dai musulmani, che permise un’ottimale captazione e distribuzione irrigua fu proprio quella della noria o senia -termine di derivazione araba che significa “ruota idraulica”. La noria è una struttura formata da un volume circolare alto alcuni metri, di forma tronco conica, realizzata in pietra e mattoni, posta intorno ad un pozzo: all’interno di quest’ultimo è posizionato il meccanismo di sollevamento delle acque. Si tratta di due ruote – una posta in basso a livello del suolo e l’altra all’imboccatura, collegate alle estremità di un’asse di trasmissione su cui scorre una cinghia alla quale sono fissati i recipienti che attingono l’acqua portandola in superficie. L’azionamento avveniva mediante trazione animale, generalmente un asino o un bue, che girando intorno al pozzo sulla sommità della struttura tronco-conica, faceva scorrere la cinghia a cui erano assicurati i recipienti, nziri i sena, che attingevano l’acqua trasportandola in superficie. L’acqua veniva quindi convogliata fino alla vasca di raccolta -la gebbia -dall’arabo gabiyah o jabia che significa “cisterna”- spesso con le pareti rivestite in coccio pesto per garantirne l’impermeabilità. Da questa vasca, tramite un sistema di canali in muratura -le saje- l’acqua veniva distribuita agli appezzamenti di terra coltivata.
A Terme Vigliatore si trova anche un grande frantoio risalente al 1740, sottoposto a tutela da questa Soprintendenza, ultimo esempio di frantoio sopravvissuto al mutamento determinatosi tra la fine degli anni ’50 e la prima metà degli anni ’60, quando tali strutture vennero soppiantate dai frantoi elettrici.
Il frantoio per olive a trazione animale è una struttura produttiva formata da due distinti impianti: il frantoio vero e proprio, adibito alla macinazione delle olive ed alla loro riduzione in pasta ed il torchio, adibito alla spremitura della pasta di olive per estrarne l’olio. Il frantoio si compone di due macine (talvolta tre), delle quali la maggiore, detta maidda, è fissata orizzontalmente al suolo e svolge la funzione di circuito concavo, i cui bordi sono spesso rialzati. All’interno della pietra orizzontale gira la macina molitoria o molazza, (che in alcuni casi consiste in due macine contrapposte) di forma troncoconica, in modo da ruotare agevolmente sul basamento concavo. Elementi di raccordo tra le macine è un asse verticale che dal centro del piano di molitura, collega l’impianto al soffitto. Su questo elemento verticale, si innesta ortogonalmente un’asta che attraversa la molazza e che presenta all’estremità un giogo. Ad esso si legava solitamente un bue che veniva fatto girare bendato intorno alla base. Sulla bacinella di pietra si ponevano le olive che sotto il peso delle pietre, si riducevano in poltiglia, detta pasta. In genere questa operazione era sorvegliata da un operaio il quale aveva il compito di sorvegliare la frangitura delle olive spingendole sistematicamente sotto la pietra in movimento. Dopo questa operazione, la pasta veniva trasferita entro capaci sporte -contenitori circolari di fibre vegetali intrecciate- che si impilavano sulla vite del torchio. Le parti strutturali di tale impianto consistevano in due vitoni senza fine con madreviti munite di fori e una panca pressoria. Negli alloggiamenti delle madreviti si inserivano due stanghe di legno che venivano ruotate a braccia, determinando la discesa delle viti femmina lungo i vitoni e la spinta verso il basso della panca pressoria che comprimendo le sporte sovrapposte a strati e sormontate da un tavolaccio di legno (bajardu) permettevano l’estrazione dell’olio. Il prezioso liquido, era raccolto entro una bacinella in pietra con i bordi rialzati e munita di un breve condotto di deflusso che permetteva di raccogliere il liquido entro la sottostante tina in legno o pietra, interrata nella fossa scavata dinanzi all’impianto.. Per facilitare l’estrazione dell’olio le sporte venivano periodicamente irrorate con acqua bollente. A questo punto si provvedeva alla separazione dell’acqua dall’olio: il mastru di conzu prelevava l’olio più leggero presente in superficie, il migliore, con una sassola; l’ultimo olio rimasto (secunnu oggi) era raccolto con la sponza cioè il fiore di canna che è di natura spugnosa. Ma anche gli “scarti” delle olive erano utilizzati: infatti la morchia, a murga, riposta in un grade tino, veniva poi prelevata per essere impiegata nella produzione di sapone. La sansa, u nuozzulu, era reimpiegata come mangime per animali da cortile o come materiale per riscaldare la base del forno.

Dopo la spremitura delle olive, l'olio trasportato dentro gli otri veniva versato, per la conservazione, in giare di terracotta smaltata. In alcune case contadine, le giare con l'olio venivano poste in un apposito locale, poco illuminato ma ben areato. Il pavimento, in particolare, doveva convergere sempre verso un punto in modo che, in caso di rottura del contenitore, si potesse recuperare la gran parte del prezioso liquido. Ogni due anni, era necessario travasare l'olio perché sul fondo dei recipienti si depositavano residui la cosiddetta fiezza. Da questi grandi contenitori si attingeva l'olio con un mestolo metallico con lungo manico u ramaiolu ed era utilizzata come alimento, come fonte di calore o come combustibile per l'illuminazione.


 

Nella sezione che segue le notizie di carattere storico o leggendario sono estratte in sintesi dai testi pubblicati nel sito ufficiale del comune di Terme Vigliatore - cfr. all'URL

ha un percorso politico-amministrativo risalente a poco più di un trentennio, essendosi costituito Comune autonomo con Legge Regionale n.15 del 26/06/1966, tuttavia la civiltà che si affermò nei siti su cui si estende il suo territorio sembra essere così antica da oltrepassare i confini stessi della storia.
Già gli scavi archeologici di contrada San Biagio hanno riportato alla luce negli anni Cinquanta tracce di insediamenti umani del periodo protostorico e dell'età ellenistica nonché una patrizia Villa Romana del 1° sec. d.C. .
L'antichissimo fiume di Termini rappresenta un 'area geologica molto interessante. Questo nome gli deriva dalla ricca sorgente di acque termali, nota per sue qualità terapeutiche, sin dall'antichità, con la denominazione di Fonte di Venere, tant'è vero che viene già menzionata da Plinio il Vecchio, scienziato e naturalista del 1° sec. d.C., e dallo storico classico Marco Arezio.
Sebbene il nome di "termini" sia il più comune, questo torrente conserva ancora altre varie denominazioni che gli sono state storicamente attribuite, oggi usate di rado.
In un diploma di Federico III d'Aragona del 1324 viene chiamato fiume di "Plati", avendo forse preso questo nome dalla foresta di Plati di Castroreale; ma, secondo il ricercatore di notizie storiche, Andrea Zanghì di Rodi, questo termine deriverebbe dal greco "platòs" col significato di "accessibile", proprio perchè, a parer suo, il fiume nel passato sarebbe stato navigabile almeno fino a Porto Salvo. Comune ancora oggi e' il nome di "Patri'" che, secondo Filippo Rossitto, storico municipale barcellonese del secolo scorso, sarebbe una corruzione dialettale di "Platì". Viene anche chiamato "Rossolino" dal colore rossiccio che assumono le sue acque a causa dei temporali che avvengono, sul finire dell'estate, nel suo alto bacino, presso Fondachelli.
In una carta geografica della Sicilia dal 1721 e' riportato col nome di "Flume de l'Aranci"; quest'altro attributo, è più che consono se si considera che tutta la sponda di ponente, dalle Rocche di Marro fino al mare, è lussureggiante di aranceti.
Ma il nome che in studi sia meno sia più recenti ha fatto sorgere molte, controversie è quello di " Longano ". Infatti sulle rive del Longano nel 270 a.C. si combattè la famosa battaglia tra i Mamertini di Cione e i Siracusani di Gerone: battaglia che fu documentata da conosciuti storici del mondo classico, come Polibio e Diodoro Siculo, e che segna pure, con la 'vittoria dei Siracusani, la fine della storia della città alleata dei Mamertini; Longane, già esistente dalla prima metà del Bronzo.
Sebbene sulle carte geografiche il nome di Longano sia attribuito a tutt'oggi al torrente che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto, in tempi recenti autorevoli archeologi come il Ryolo Di Maria ed il Bernabo' Brea hanno avanzato la teoria secondo la quale il sito della battaglia andrebbe collocato sulle rive del torrente "Termini" ed il Longano andrebbe identificato con quest'ultimo.
L' antico territorio di cui oggi Terme Vigliatore occupa una parte, proprio per le sue speciali caratteristiche, sarà anche stato, con molta probabilità, culla di arcaiche civiltà preesistenti a quella romana.
Oltre alle varie connotazioni cui ha dato spunto il Torrente "Termini", molti altri toponimi si prestano all'indagine ed alla ricostruzione della storia del territorio di Terme Vigliatore, a tal uopo molto interessante si rivela la contrada Sullaria. Questo toponimo è ritenuto da più parti una corruzione dialettale di Solaria.
II termine "Solaria" appare citato per la prima volta in una sentenza emessa dal re normanno Ruggero II° e sta a denominare una terra appartenente al Demanio Regio dell'antica Piana di Milazzo; compare anche in date successive in altri documenti regi della cancelleria sia Normanna sia Sveva.
In un diploma del 1628 dei Registri della Cancelleria angioina e specificatamente nel volume I° in cui è menzionato pure Cartulario (feudo di Quartulario), il sito viene citato con la denominazione di casale, quindi popolato: ".....in territorio casalis de Solaria, que terre vulgariter appellantur de Terminis..... ".
Infatti l'audace teorico A. Saya Barresi, partendo dall'interpretazione etimologica del toponimo, avanza l'ipotesi secondo la quale Solaria sarebbe da identificare con quel fecondo sito dell'isola di Trinacria in cui, stando alla mitologia, pascolavano le pingui giovenche sacre ad Apollo (il dio del Sole) e la poesia di Omero colloca il vissuto di una delle tante peripezie dell'eroe greco Ulisse.
Si tratta pur sempre di una identificazione ipotetica che allo stato attuale non trova alcun riscontro archeologico, anche se lo stesso teorico la sostiene.
Sebbene sia una pretesa individuare con scrupolosa esattezza i luoghi descritti nell'Odissea, il sommo poeta, forse, vide personalmente quei luoghi, avendo viaggiato moltissimo (per quanto ci viene tramandato), o ne sentì certamente parlare da marinai che li avevano conosciuti .
Intanto, teniamo conto, in primo luogo della speciale posizione geografica del territorio di Terme Vigliatore, che dalle ondulate colline a ridosso del Peloritani si estende verso la ridente pianura (un tempo facente parte del piano Milatii) fino al Tirreno, col suggestivo scenario delle Isole Eolie, di Capo Milazzo e di Tindari: in secondo luogo prestiamo anche attenzione alla fecondità delle sue terre ed alla presenza di antiche e salutari sorgenti come la Fonte di Venere e la Ciappazzi (quest'ultima fonte in origine da un monoblocco roccioso geologicamente conformato a lastroni: l'etimo dialettale significa propriamente "lastroni di roccia").
Giungeremo così alla constatazione che questi luoghi, che in passato dovevano avere un aspetto ancora più suggestivo, in quanto incontaminati, hanno poco da invidiare alla "Terra del Sole" descritta da Omero.
Potrebbe essere invece verosimile collocare nell'antico territorio di Terme Vigliatore quella Policna o Artemisia nei pressi di Mylai (Milazzo) che Cesare conquistò prima della battaglia del Nauloco, combattuta contro Sesto Pompeo nel 36 a.C. .
Della conquista di questa vetusta città, già fiorente centro della produzione metallurgica nel periodo greco-arcaico e più volte citata dalle fonti storiche, riferisce anche Appiano Alessandrino nel suo De Bello Civile. Questi nel menzionare la Policna, la riporta addirittura come il centro di produzione delle "vacche del Sole" ed il luogo in cui avvenne il sogno di Ulisse.

Ritornando ancora a trattare della “Fonte di Venere” diciamo subito che un’altra importante notizia ci parla della efficacia di questa nostra Sorgente che nientemeno, convinse, una mitica Regina a fermarsi qua da noi. Da come vuole un’antichissima tradizione locale, accreditata fra l’altro da scrupolosi storici, quando la Regina di Trebisonda lasciò, per ragioni non meglio precisate, il suo regno in Oriente, il motivo che maggiormente la spinse a restare in queste nostre contrade fu, oltre alla bellezza dei luoghi, la salubrità di quelle acque che, non solo avevano la virtù di ridare giocondità ai visi, ma anche salute ai malconci corpi. Si fece, pertanto, costruire un palazzo e accettata da tutti i popoli di queste terre fu acclamata per loro sovrana; regnando in pace e saggezza per lungo tempo. Questa sua reggia era prossima a quella citata “Fonte”, ed essa amava usare di quelle acque quotidianamente.
La notorietà della stessa Fonte, mai venuta meno nei tempi ci ha lasciato uno dei segni più tangibili in quel complesso denominato “Villa delle Terme”, in Contrada S. Biagio, e dove è possibile constatare quanto sin qui asserito.
La costruzione del 10 secolo d.C. sfruttando, peraltro, un ingegnoso sistema di canalizzazione, permetteva agli aristocratici proprietari, e ai loro ospiti, di usare delle miracolose proprietà di quelle acque all’interno e nella riservatezza della loro casa; consentendo ancora che, alla promiscuità della pubblica “FonVeneris in Planuin Mylarum” frequentata da gente d’ogni specie loro ovviassero, pur non rinunziando ai già noti benefici di quella sorgiva, con la “privacy” della loro lussuosa “Therina”, ricca di ambienti variamente adornati e splendidamente arredati; dove al culto della pristina salute non vi si disgiungeva pure il gusto della bella vita. Plinio il Vecchio (23 24-79 d.C.), lo scienziato poeta e sommo naturalista di quel mondo romano, ora appena intravisto, conosceva pure lui i pregi di questa nostra Fonte; tant’è vero che con la sua solita esaurienza la descrisse nell’enciclopedico lavoro avente titolo: “Naturalis Historia”
Oltre "Sullaria", al fine di orientare le indagini, facciamo cenno di qualche altro toponimo come ad esempio San Giovanni lo Spetale, Maceo, Vigliatore.
San Giovanni l'ospedale (in dialetto lo Spetale) è situato sulla riva sinistra del torrente “Termini”, subito dopo il ponte di “Rasta” nelle vicinanze delle rocche di marro.
Si è concordi nel collegare l'origine del toponimo a quella concessione di terre poste nell'antico Piano Mylatii che Federico, Re di Sicilia, con un diploma del 1208 fece al Priorato dei Cavalieri di San Giovanni gerosolimitano dell'Ospedale di Messina; la denominazione rimasta immutata dopo secoli, confermerebbe l'identificazione di una di queste terre con l'attuale contrada.
II luogo è particolarmente legato al culto popolare che, dedicate al Battista e più sentito nel passato, si svolge dinanzi ad una cappella edicola che accoglie una scultura dall'aspetto irriconoscibile sia a causa delle raschiature fatte dai devoti per motivi devozionali sia ad opera del tempo.
II sito di Maceo, il cui etimo deriverebbe dai greco "maché" che significa battaglia, viene citato per la prima volta dal Maurolico nel 1562 col nome latino di Macheum; la presenza nel luogo di un albergo del secolo XVI, come riferisce lo storico Filippo Rossitto, fa presupporre che esso fosse già popolato.
II toponimo "Vigliatore", a mio avviso di stretta derivazione latina, starebbe a palesare che nel secolo XVI la zona era guarnita di una di quelle torri di avvistamento che il Vicereame spagnolo fece edificare, come fortificazioni vigilate in allineamento distanziato lungo i litorali aperti, a salvaguardia delle scorrerie dei pirati turchi.

 


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