Area archeologica Teatro antico e Antiquarium di Tindari

STORIA DELL’ANTICA TYNDARIS

Alla sommità dell’omonimo promontorio roccioso sovrastante il golfo di Patti sorse la città greca di Tyndaris, fondata da Dionigi il Vecchio, tiranno di Siracusa, nel 396 a.C., per insediarvi un cospicuo nucleo di Messeni in buona parte suoi mercenari.
Il nome della città si collega al culto messenico dei Dioscuri, i Tindaridi, documentati sulle figurazioni dei tipi monetali.
La colonia, che sottrasse, un’ampia fascia di territorio alla città indigena poi ellenizzata di Abakainon, l’attuale Tripi, rivestì un ruolo importante nella politica espansionistica del tiranno di Siracusa, grazie alla sua posizione che consentiva un agevole controllo della costa tirrenica nord orientale, dal Golfo di Patti allo Stretto di Messina, e del complesso entroterra fra Peloritani occidentali e Nebrodi orientali, dove gravitavano importanti centri indigeni.
La città, nel corso del IV secolo a.C., si ingrandì e, divenuta indipendente, consolidò la sua prosperità economica soprattutto dopo l’alleanza con Siracusa.
Nel corso della prima guerra punica accolse per alcuni anni una base cartaginese e, nelle acque della baia sottostante, si svolse nel 256 a.C., un’importante battaglia navale. Consegnatasi spontaneamente a Roma nel 254 a.C., divenne civitas decumana, mantenendo autonomia e libertà.
La principale fonte di notizie su Tindari in età repubblicana, le requisitorie di Cicerone contro Verre, propretore di Sicilia, ci attesta ampiamente il benessere economico raggiunto dalla città e dal suo esteso territorio nella prima metà del I secolo a.C.
Base di Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, durante la guerra civile fra questi e Ottaviano (42-36 a.C.) fu conquistata da Agrippa, ammiraglio della flotta di Ottaviano. Nella nuova organizzazione amministrativa delle città siciliane voluta da Ottaviano Augusto a Tindari venne dedotta la Colonia Augusta Tyndaritanorum.
Nella prima età imperiale Tindari fu sconvolta da una grande frana (forse conseguenza di un terremoto) tramandataci da Plinio il Vecchio. A parte alcuni documenti epigrafici, non si possiedono altre notizie storiche sulla Tindari di età imperiale, ad eccezione delle evidenze archeologiche di un rovinoso terremoto che nel 365 d.C. colpì la città e devastò la Sicilia e l’Africa settentrionale.
La città, pur decaduta e ridotta nel suo perimetro, conservò in età bizantina, come sede di diocesi, una certa importanza anche per il territorio di riferimento.
Probabilmente nell’836 d.C. venne conquistata e distrutta dagli Arabi.

STORIA DELLA RICERCA E  ATTIVITÀ DI TUTELA E DI VALORIZZAZIONE

Fra la seconda metà del XVIII secolo e i primi decenni del XIX secolo, Tindari e le sue rovine allora visibili: il Teatro, la cosiddetta Basilica e le possenti fortificazioni, raggiunsero una fama quasi pari, nel panorama allora noto della Sicilia antica, a quella di Taormina, Siracusa, Agrigento e Selinunte, tappe del Grand Tour e capisaldi, nella cultura europea dell’Illuminismo e del primo Romanticismo.
L’abate F. Ferrara pubblicò nel 1814 la prima planimetria generale con una visione di insieme dei resti archeologici allora visibili. I primi interventi sistematici di scavo archeologico e di restauro, condotti tra il 1842 e il 1845 dalla Commissione siciliana di Antichità e belle Arti, presieduta da Domenico Lo Faso di Pietrasanta, duca di Serradifalco, fornirono nuovi elementi per la topografia della città. Dopo circa un cinquantennio seguì la prima campagna di indagini regolari nella necropoli in proprietà dei Baroni Sciacca (a sud est della città antica) effettuata da Antonio Salinas, direttore all’epoca della Soprintendenza agli scavi e ai Musei di Palermo.
Nel secolo scorso è opportuno considerare l'impulso decisivo dato nel secondo dopoguerra alla tutela, alla ricerca e alla valorizzazione dell’antica Tindari da Luigi Bernabò Brea, Soprintendente alle Antichità della Sicilia Orientale con sede a Siracusa, che chiamò ad operare a Tindari, tra il 1949 e il 1952, una missione dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, diretto da Nino Lamboglia il quale, acquisì dati fondamentali per la conoscenza delle fortificazioni, dell’impianto urbano e delle sue fasi cronologiche.
Bernabò Brea diresse inoltre, negli anni 1950 e 1960, importanti restauri del Teatro e della Basilica e di alcuni tratti delle fortificazioni e completò insieme a Madeleine Cavalier lo scavo dell’Insula IV, e avviò inoltre, nel 1968-1970, le ricerche nel settore nord-occidentale della città in c.da Cercadenari.                     
Dal 1987 l’impegno su Tindari è stato continuativamente portato avanti dalla Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina, in particolare dalla Sezione ai Beni Archeologici.
Parallelamente alla prosecuzione delle indagini in c.da Cercadenari fra il 1993 e il 2004 e all’apertura di nuovi fronti di scavo lungo il decumano mediano, nel settore sud-orientale, e nell’area antistante al Teatro, la realizzazione di un nuovo articolato piano di esproprio avviato alla fine degli anni ‘80, ha portato all’acquisizione di un’altra ampia fascia di terreni, corrispondente alla zona nord centrale della città antica, per un’estensione di circa 11 ha.
Attualmente l’area dell’antica Tyndaris è complessivamente acquisita al demanio e sottoposta a piena tutela, per quasi tre quarti del suo originario perimetro, rimanendo fuori solo l’area meridionale, corrispondente all’altura ove sorge il santuario moderno e al borgo moderno, con l’eccezione del corrispondente tratto di cinta muraria sul versante meridionale.

PERCORSI DI VISITA

Premessa
Tindari si situa alla sommità di un possente promontorio roccioso (230 s.l.m.), proteso sul golfo di Patti, articolandosi su un vasto plateau orientato nord-ovest/sud-est.
All’altura che chiude a sud la città, dominata dal Santuario della Madonna del Tindaro, e nella quale sarebbe logico identificare l’Acropoli con le principali aree del culto poliadico, corrisponde all’estremità sud-occidentale la collinetta di Rocca Femmina, probabilmente anch’essa, sede di complessi di culto. In base alle evidenze archeologiche si calcola che in età imperiale romana la città coprisse un’estensione corrispondente a circa 27 ha.

LE FORTIFICAZIONI

La città antica di Tindari era difesa da un’imponente cinta muraria ancora oggi ben conservata che, con un perimetro di oltre 3 km, proteggeva il pianoro occupato dal tessuto urbano, assecondandone la morfologia naturale. Le mura, fondate sul bancone roccioso, sono realizzate in blocchi di arenaria a disposizione isodomica, a doppio paramento con emplekton in pietrame e terra, ed hanno una larghezza compresa tra i 2,50 m e i 4,50m.
La cinta, provvista degli elementi propri dell’apparato difensivo: torri, postierle, porte e camminamenti di ronda, fu eretta all’inizio del III secolo a.C. e subì rifacimenti in età tardo romana e bizantina. Salendo da contrada Locanda è visibile la porta principale della città, si tratta di una porta a dipylon con invito a tenaglia semicircolare, fiancheggiata a due torri ai lati dell’ingresso.

L’IMPIANTO URBANO

Assi portanti dell’impianto urbano sono le ampie strade parallele in direzione nord-ovest/sud-est (plateiai/decumani che rispettivamente attraversano i settori meridionale e centrale della città. Il decumanus superiore e quello centrale, parzialmente in luce, ciascuno della larghezza di m 8-8,50, si sviluppano a quote diverse, adeguandosi all’originaria conformazione orografica. I decumani sono intersecati ortogonalmente da strade più strette (stenopoi-cardines), di ampiezza compresa fra 2,80 m e  m 3. L’incrocio di decumani e cardines definisce una maglia regolare di isolati, ciascuno dell’ampiezza costante di m 28,30-28,50 organizzata secondo i dettami di un impianto urbano di tipo ippodameo, risalente già al IV sec. a.C.
La lunghezza degli isolati (insulae) compresi tra i decumani superiore e centrale è di circa m 72,40; di essi è stato interamente messa in luce solo l’Insula IV, a nord ovest della Basilica.
Il decumanus centrale, interamente carrabile e pavimentato in blocchetti di arenaria, costituiva la spina centrale della città.
Il decumanus superiore raccordava i principali edifici pubblici: la c.da Basilica e il Teatro.


LA BASILICA descritta e rilevata fin dal 1700, è stata oggetto di scavo ai primi del XIX secolo e di restauri e ricostruzioni nella seconda metà del XX secolo. Essa è stata identificata ora con il Ginnasio ellenistico ora con la Basilica romana. L'edificio, realizzato in blocchi di arenaria locale è articolato in un'aula stretta e lunga di m. 26,30 x 6,40 ca. con la fronte orientale, la principale, rivolta su una piazza porticata, oggi non più visibile, identificata con l'agorà/foro della città di Tindari, mentre la prima delle nove arcate ad ovest costituisce l'ingresso all'edificio dal decumanus superiore. Lo spazio interno all'aula, coperto, è articolato in otto settori scanditi da nove coppie di bassi semipilastri aggettanti che sorreggono altrettante arcate trasversali in blocchi; ciascun settore, intermedio tra due arcate, risulta coperto da una volta a botte in opera cementizia.
L'aggiunta dei due corridoi ai lati dell'aula centrale, conferisce un aspetto monumentale anche al prospetto occidentale. rivolto verso il decumanus superiore.
la Basilica, databile alla prima età imperiale, aveva molto probabilmente, una funzione di propylon (passaggio monumentale) che, attraverso il vano centrale, metteva in comunicazione il decumanus superiore con l'agora/foro. Per il piano superiore, invece, si può ipotizzare una funzione pubblica.

   
IL TEATRO, oggetto di studi e di scavi dalla seconda metà del XVIII secolo, fu al centro, nel secolo scorso, di due importanti campagne di restauri. Il primo intervento venne condotto nel 1938 da Giuseppe Cultrera, il secondo fra il 1960 e il 1966 da Luigi Bernabò Brea. Il teatro sorge nel settore sud-orientale della città di Tindari. La fronte posteriore della scena prospettava sul decumanus superiore. La cavea, dal diametro frontale di ca. 76 m si apre a nord-ovest, verso il mare; essa, nella parte centrale, era addossata al fianco meridionale della collina, mentre le ali poggiano su un terrapieno sorretto da possenti muri di analemmata in blocchi di arenaria. Era divisa in 11 cunei, ciascuno di ventotto gradini separati da dieci scalette. L’orchestra aveva un diametro di 24 m; la scena era del tipo a paraskenia (ali laterali) come nei teatri di Segesta, Siracusa e Morgantina. L’edificio scenico ellenistico, dopo i restauri del 1960, è ben leggibile nella sua articolazione planimetrica; di esso è stata realizzata una ricostruzione grafica e un plastico ricostruttivo attualmente esposto nell’Antiquarium. Il Teatro, la cui capienza era di 3000 spettatori, è stato realizzato tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C., mentre la scena è di poco posteriore. In età imperiale il Teatro, come quello di Taormina, subì sostanziali mutamenti per potervi svolgere combattimenti di gladiatori e venationes, attribuendogli le funzioni di anfiteatro. Fu abbassato il piano dell’orchestra, rimuovendo i quattro gradini terminali di ogni cuneo, per realizzare un alto podio funzionale alla difesa dell’incolumità degli spettatori. Dinanzi al Teatro, immediatamente a nord del decumanus superiore, nell’area compresa fra gli isolati VIII e IX è stata di recente messa in luce parte di un’area di probabile destinazione pubblica, ove insiste una grande cisterna voltata.


A nord-ovest della Basilica si sviluppa l’INSULA IV, unico isolato conosciuto per intero nel sito di Tindari, messa in luce durante alcune campagne di scavo condotte dagli anni '50 fino agli anni '60 da Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier. Essa, lunga 72,40 m e larga 28,30 m, prospetta a sud sul decumanus superioree a nord sul decumanus centrale. Ai lati corrono i cardines D ed E, attraversati dal sistema fognario della città antica che, dopo operazioni di restauro, risulta pienamente efficiente. L'attuale assetto dell'insuladatabile al II sec. a.C. è stato mantenuto, pur con sostanziali modifiche riconducibili alla fine del I sec. d.C., forse fino al terremoto del 365 d.C. Le indagini archeologiche documentano una frequentazione durante l'età del Bronzo (facies culturale di Rodì-Tindari) e la presenza di piccole abitazioni del IV sec. a.C. con lo stesso orientamento di quello attuale.
L'insula è articolata su quattro terrazzamenti che seguono i salti di quota:
Sul decumanus centrale si affacciano sei tabernae (botteghe), alcune delle quali dotate di vani retrobottega probabilmente voltati. Sulla terrazza successiva era presente una domus di ca. 900 mq, la CASA B, con ingresso dal cardo E. Gli ambienti della casa si articolavano attorno al peristilio, delimitato da dodici colonne fittili, dotato di impluvium e rivestito da un mosaico monocromo bianco con bordure a treccia, attualmente coperto per ragioni conservative. Fra gli ambienti della casa si distingue l'oecus (sala di ricevimento) decorata con un mosaico con decorazione policroma geometrica della fine del II sec. a.C., alle pareti si conservano tracce della coeva decorazione dipinta del cosiddetto "stile strutturale" a riquadri e fasce imitanti il marmo.


Sul terrazzo sovrastante, la CASA C, ha conservato l'impianto originario del II sec.a.C.  Al centro il peristilio delimitato da dieci colonne fittili di ca. 4,95 m di altezza. Fra gli ambienti si distingue il tablinum da cui proviene un grande capitello fittile di stile corinzio siceliota. Sulla terrazza che prospetta sul decumano superiore sono presenti le Terme Pubbliche degli inizi del III sec. d.C. forse realizzate sull'impianto di una terza domus. Si riconoscono un cortile  porticato, gli spogliatoi e, sullo stesso asse, il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Sia gli ambienti termali che gli spogliatoi sono decorati da mosaici in bianco e nero: la Triskelès, allegoria della Trinacria, i simboli dei Dioscuri (pilei, spade), Dioniso con pantera e satiro, creature marine, due lottatori in competizione.


Dal Teatro, scendendo verso nord-ovest, in contrada Cercadenari, si può avere la visione continuativa di una cospicua parte del settore occidentale della città seguendo, da est ad ovest, lungo i fronti di 11 isolati per ognuno dei due lati, il decumanus centrale per un lungo tratto di oltre 320 m sino al propylon alla sua estremità ovest. La sede stradale appare interessata da una serie di avvallamenti causati dal terremoto che colpì la cuspide nord-orientale della Sicilia nel 365 d.C.
Nell’estremo settore occidentale, in corrispondenza dell’Insula XVII b, si trova una Domus (fine I sec. a.C-II sec. d.C.) composta da diversi ambienti tra cui spicca il triclinium decorato da un pregevole pavimento musivo a T con decorazione geometrica in bianco e nero bordato da cocciopesto in corrispondenza della zona che doveva essere occupata dai letti tricliniari. Poco distante di trova un grande edificio pubblico, anch’esso di età romana, con scalinata d’accesso di undici gradini il cui fronte prende l’intera ampiezza dell’Insula XVIII a. Alla fine del decumanus centrale si intravedono i resti del propylon, forse un rifacimento di età tardo-romana o bizantina della cinta muraria, e presso l’angolo sud-ovest della fortificazione i resti di un poderosomonumento funerario in mattoni appartenente ad un settore di necropoli immediatamente all’interno della cinta muraria.
L’itinerario in questo settore della città antica può completarsi scendendo verso nord-est a visitare la trincea di saggio aperto nel settore nord-orientale della città lungo la prosecuzione settentrionale del cardo N messo in luce con l’intento di individuare l’incrocio col presunto terzo decumanus dell’impianto urbano, ancora non intercettato. Il cardo è fiancheggiato dalle porzioni di due Insulae di età imperiale.

ANTIQUARIUM

All’interno del sito si trova l’Antiquarium, aperto al pubblico nel maggio 1960 e ampliato nel 2005. Esso, articolato in cinque sale, raccoglie una selezione di reperti databili dall’età preistorica a quella tardo-romana, frutto delle campagne di scavo condotte nell’area archeologica e nelle necropoli circostanti. I materiali esposti secondo criteri topografici e cronologici, includono vasellame di pregio e d’uso comune, vetri, oggetti in bronzo, iscrizioni in lingua greca e latina, decorazioni architettoniche e alcune sculture in marmo. Tra queste si segnalano per fattura due Nikai (vittorie alate) del II sec. a.C. e una testa ritratto dell’imperatore Augusto proveniente dall’area della Basilica.


Galleria fotografica

Via del Teatro Greco - locatità Tindari - tel. 0941 369026

orari di apertura al pubblico

Dal 01/01 al 15/02 ore 09:00/16:00; dal 16/02 al 28/02 ore 09:00/16:30; dal 01/03 al 15/03 ore 9:00/17:00; dal 16/03 al 31/03 ore 09:00/17:30; dal 01/04 al 30/04 ore 09:00/18:30; maggio, giugno, luglio ed agosto ore 09:00/19:00; dal 01/09 al 15/09 ore 9:00/18:30; dal 16/09 al 30/09 ore 09:00/18:00; dal 01/10 al 15/10 ore 09:00/17:30; dal 16/10 al 31/10 ore 09:00/17:00; novembre e dicembre ore 09:00/16:00

Carte archeologiche con percorsi di visita

link alla mappa provinciale - Comune di Patti

 


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